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Public Policy

Spettacolarizzazione della privacy

No tasse no privacy

Bisogna che l'onestà dei cittadini venga data per certa fino all'eventuale dimostrazione del contrario

di Davide Giacalone - 16 marzo 2012

La privacy ha a che vedere con il contrasto dell’evasione fiscale, come con il contrasto del crimine, quanto i cavoli con la merenda. Il garante che ha taciuto sulle intercettazioni telefoniche, che non si muove quando gli atti giudiziari (non le sentenze, si badi) sono pubblicati a puntate, s’è svegliato. Sebbene io non abbia capito in che consista la privacy nell’aggirarsi su vetture che non ci si può ufficialmente permettere, avere un tenore di vita incompatibile con la dichiarazione dei redditi e movimentare in banca più soldi di quanti se ne dichiarano al fisco.

In un Paese in cui la pressione fiscale è intollerabilmente alta, al punto da rendere più grave la recessione, in cui il governo non ha altri rimedi che renderla ancora più opprimente, in cui i sistemi di riscossione sono da regime dispotico e in cui l’evasione fiscale è il degno compare di tale situazione, allarmarsi per la privacy mi pare l’ultima delle necessità. Non manca il rispetto per i dati personali, manca la giustizia. E’ evidente che evadere il fisco comporta un’offesa agli interessi di chi si comporta onestamente, ed è quindi evidente che tale comportamento va scoperto e sanzionato. Ma è altrettanto evidente che se tutti pagassero tutto noi avremmo un mercato ridotto alla miseria, una riduzione del lavoro e un crollo dei consumi. Tale constatazione non serve per giustificare l’evasione fiscale, ma per condannare la pressione esagerata. Né è minimamente credibile che se pagassimo tutti ciascuno pagherebbe meno, perché l’incapacità di controllare e comprimere la spesa pubblica, unita ai bisogni finanziari di uno Stato che è tanto gigantesco quanto inefficiente, oltre ad essere il più disonesto (non) pagatore in circolazione, fanno sì che l’aumento del gettito andrebbe a incremento della spesa o diminuzione del debito. Non, invece, dove è bene che vada: al calo delle tasse.

Non mi preoccupa minimamente che il fisco guardi i miei movimenti bancari, o valuti il modo in cui spendo i soldi. Visto che le macchine le compero dal concessionario, e non dallo spacciatore, non mi preoccupa che incroci il mio codice fiscale con il pubblico registro automobilistico (stando comodamente in ufficio). M’interessano due cose, del tutto diverse: a. che quelli restino rigorosamente affari miei, riservati, mentre l’amministrazione fiscale ha il diritto-dovere di chiedermi ragione di quel che, eventualmente, non quadra; b. che se mi contestano qualche cosa e io credo, invece, di avere ragione, a stabilire chi è nel giusto sia un giudice. Invece capita l’opposto: 1. la spettacolarizzazione della lotta all’evasione, in stile ampezzano, somiglia più ad una specie di educazione di massa, modello rivoluzione culturale maoista, che non al rispetto che si deve a cittadini la cui onestà deve essere data per certa, fin quando non si dimostra il contrario; 2. quando l’Agenzia delle entrate o Equitalia sostengono di avere ragione agiscono con inqualificabile violenza e arroganza, prendendomi i soldi anche dopo che ho già chiesto l’intervento di un giudice e prima che quello si pronunci. Questo è lo scandalo.

E’ lo stesso ragionamento che abbiamo svolto sulle intercettazioni telefoniche: non mi sento minacciato nella privacy se le forze incaricate della sicurezza pubblica ascoltano quel che dico, per prevenire reati, mi sento offeso nei miei diritti quando quelle carte finiscono sui giornali, passate e segnalate da procure il cui mestiere principale è inciuciarsi i giornalisti, farsi fare le interviste e farsi ritrarre in pose vigliaccamente eroiche. Non confondiamo, allora, la contestazione del sopruso con la giutificazione del reato o dell’evasione. E siccome vedo che la Corte dei Conti discetta di pressione fiscale, ma non contrasta il danno erariale che deriva dall’ingiustizia subita dai cittadini e il garante della privacy discetta sul nulla, dopo non aver fatto nulla per anni, ne deduco che ci sarebbe una prima cosa da fare, per favorire la diminuzione della spesa pubblica: chiuderli.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario