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La buona volontà di Mario Monti? Può non bastare

No c'è solo l'articolo 18

L’Italia stretta tra mercati e sviluppo interrotto

di Elio Di Caprio - 23 marzo 2012

Possiamo pure continuare a parlare dell’art.18, di flexsecurity, degli ammortizzatori sociali, delle tasse che ridurranno ancor più i consumi e faranno diminuire il PIL, della disoccupazione in aumento ecc. ecc.. Ma questo è soltanto il registro dell’ Italia senza sviluppo che annaspa nelle sue difficoltà, ben più importante e da tenere sott’occhio è l’altro registro, quello dei poteri finanziari mondiali che giocano una partita tutta loro, intrecciati come sono da mille legami che li rendono i veri re dei mercati ( contati, sarebbero 40) da cui tutto dipende, come ci ricorda in un servizio accurato e documentato il Sole 24 ore di qualche giorno fa con un articolo a firma Morya Longo. Non è la prima volta che sul giornale di Confindustria appaiono analisi spregiudicate e talora spietate sulla logica e sui danni del capitalismo finanziario mondiale.

Ma questa volta i grafici e le cifre dicono molto di più, non sono smentibili e fanno riferimento ad una realtà che, se fosse nuda e cruda come sembra, allarma un pò tutti noi, non solo gli indignados che a ondate appaiono e scompaiono e sembrano destinati ad abbaiare alla luna del nemico invisibile. Ci viene ricordato che i listini delle borse sono dominati da fondi, questi sì ben visibili ( e se speculativi che male c’è?) che gestiscono un totale di 50 mila miliardi di dollari – il nostro debito pubblico ammonta a paragone a “soli” 2 mila miliardi di euro- e da banche con attivi più grandi degli Stati. La Black Rock, ad esempio, gestisce fondi di investimento per 3513 miliardi di dollari, i fondi pensione dal canto loro gestiscono 25 mila miliardi di dollari, quelli comuni 18 mila miliardi, le assicurazioni 16 mila miliardi, i fondi sovrani 5 mila miliardi. Sono cifre attendibili? E non è finita. I primi cinque istituti finanziari americani deterrebbero ben 310 mila miliardi di dollari di derivati. Se poi aggiungiamo i giudizi delle agenzie di rating a loro volta intrecciati con i poteri finanziari globali il quadro risulta ancora più fosco sull’effettiva indipendenza lasciata ai singoli Stati che, come l’Italia, restano allo scoperto con il tallone d’Achille di un debito pubblico enorme che cresce invece di diminuire.

Basterebbe un giudizio negativo sulla manovra economica italiana da parte della Black Rock o della più piccola Pimco e i nostri BTP verrebbero ulteriormente declassati dall’attuale rango di BBB+. E’ una logica spietata che per il momento riguarda i paesi più deboli della fascia sud dell’Europa e l’Italia, ormai l’abbiamo capito, è tra questi. In tale realtà da osservati speciali con lo spread che funge da termometro implacabile il governo Monti può pure volenterosamente mettere in campo una serie di road show all’estero sulla nuova credibilità del nostro Paese, ma se ciò non bastasse ai mercati a convincerli ed anzi si dimostrasse che l’austerità non paga e aumenta la recessione? Ancora non si ha il coraggio di ammettere che l’unica via d’uscita per l’Italia è quella di abbattere in maniera drastica il debito pubblico visto che è ben difficile per i prossimi anni siano gli investitori italiani a sostituirsi a quelli globali nella detenzione dei nostri titoli. Tutto il resto è importante per riguadagnare le posizioni perdute, ma non intacca i fondamentali della fragilità finanziaria dell’Italia. Tenere in collegamento i due registri, quello italiano e quello dei mercati globali, cercando insieme di assicurare la coesione sociale e le prospettive di sviluppo per il nostro Paese è il compito più arduo del governo Monti visti i tempi stretti che ci siamo dati o ci hanno dato per rimediare ai tanti ritardi e alle tante inefficienze del nostro sistema economico-sociale che non ha retto alla prova dei cambiamenti di scenario mondiali.

L’art.18 è di nuovo alla ribalta e certo se fossimo stati un pò più tedeschi non avremmo avuto bisogno né dello Statuto dei lavoratori e neppure dell’art.18 sui licenziamenti senza giusta causa e sarebbe bastato che, come in Germania, si fossero istituiti i consigli di gestione e di sorveglianza portando i sindacati all’interno delle grandi aziende, pubbliche e private, e dando loro gli strumenti giuridici per intervenire e stabilire, assieme ai datori di lavoro, priorità, investimenti, politica salariale e occupazionale, sicurezza sul lavoro. Un caso ad esempio come quello della Fiat di Marchionne pronta a ribaltare tutti i tavoli senza alcun condizionamento sindacale non sarebbe stato neppure concepibile in Germania. Solo ora il modello partecipativo tedesco che consente la cogestione e talvolta la partecipazione dei lavoratori agli utili, viene scoperto e invocato dai nostri sindacati in difensiva che lo strumentalizzano per dire che si può far altro che abolire l’art.18. E come non potrebbe in teoria essere d’accordo su tale modello il governo Monti che ha sempre indicato il sistema tedesco di relazioni industriali come il migliore e più avanzato, l’unico ancora in grado di produrre sviluppo e occupazione?

Non si può però instaurare una nuova cultura sindacale dall’oggi al domani. Ma sempre a proposito di cultura potevamo mutuare qualcosa di positivo anche dal modello francese : avremmo fatto della Pubblica Amministrazione, autonoma dalla politica, una scuola di efficienza e serietà, senza sprechi spropositati e facendo corrispondere la qualità dei servizi resi ai cittadini ai costi crescenti della spesa pubblica. Non è stato così e ancora ci troviamo a discutere se per attrarre gli investimenti esteri il passo più importante sia quello di rinunciare all’art.18 oppure quello di riformare la giustizia finora non in grado di dare certezza del diritto né ai cittadini italiani e né alle imprese estere. Ma i mercati e l’Europa cosa preferiscono? E se i 40 “re dei mercati” enumerati da Il sole 24 ore non dovessero mai accontentarsi e richiedere sempre di più?

E se con la borsa a prezzi stracciati e le aziende italiane che non investono diventiamo terra di conquista di chi ha più soldi di noi e vuole espandersi?A quel punto non basterebbe alcuna “golden share” a proteggerci dall’alluvione ed anzi dovremmo ringraziare chi guarda ancora al mercato italiano e investe nel nostro interesse nonostante la rigidità del mercato del lavoro e la giustizia che non funziona. Ne sono perfettamente consapevoli Mario Monti e Giorgio Napolitano che cercano di salvare il salvabile di un modello economico che non ha saputo fare in tempo i conti con la globalizzazione incombente e sperano così almeno di porre un argine al declino.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario