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Public Policy

L'agenda economica del governo

Niente soldi. Niente crescita

Il Paese ha bisogno – prima di tutto sul piano psicologico – di un salto di qualità nell’aggressione dei problemi. Non possiamo accontentarci delle manovre sul deficit o aspettare che la recessione si esaurisca. Il tempo stringe.

di Enrico Cisnetto - 27 agosto 2012

“Voglio una mobilitazione generale per la crescita”. Ha usato queste parole, Mario Monti, per dare un senso alle nove ore del primo consiglio dei ministri dopo la pausa estiva. Bene, era ora. Peccato, però, che non basti auspicarlo, né stabilire un record nella durata della riunione del governo. Per uscire dalla recessione, riprendere a crescere e recuperare la ricchezza perduta dal 2008 a oggi (oltre sette punti di pil, più di cento miliardi), bisogna avere risorse: denaro da investire, spazi di bilancio per tagliare significativamente le tasse su imprese e lavoro. Senza investimenti e riduzione del carico fiscale la crescita non si fa.

Sia chiaro, i provvedimenti di cui i ministri hanno discusso – semplificazioni, facilitazioni per nuove imprese e investimenti esteri, autorizzazione unica ambientale, nuove liberalizzazioni – sono tutti importanti e utili. Così come lo sono stati quelli approvati nei mesi precedenti. Ma come i precedenti, possono al massimo concorrere con il binomio “più investimenti, meno tasse” a fare sviluppo, non a crearlo.

Ripeto: sono misure che creano un ambiente economico più favorevole, e dunque vanno sostenute, ma da che mondo è mondo lo sviluppo lo si fa con i soldi, e senza questi tutte le altre iniziative rischiano di diventare occasioni sprecate. Si prenda una misura già decisa tempo fa: il pagamento dei debiti che Stato centrale ed enti locali hanno nei confronti delle imprese – qualcosa che sta tra i 70 e i 100 miliardi – che se fosse realizzato metterebbe linfa vitale nel circuito inaridito del sistema economico. Non si è ancora visto un centesimo. Perché? Ma perché, come è ben noto, i soldi non ci sono. Ne è pensabile tornare a forzare il deficit.

E allora, anziché perdere tempo ad auspicare fantasiose mobilitazioni o, peggio, rilasciare dichiarazioni tipo quelle che la Fornero ha fatto a Rimini (“capisco che sia difficile, ma ci vorrebbero meno tasse sul lavoro, specie per i giovani”) – le quali nel migliore dei casi lasciano il tempo che trovano e nel peggiore fanno danno perché alimentano aspettative non soddisfabili e provocano dibattiti fuorvianti – non sarebbe meglio che il governo discutesse di come trovare risorse a parità di impegno (anzi, insieme ad un maggior impegno) di risanamento della finanza pubblica?

Ci sono solo pochi mesi prima della fine della legislatura, ed una sgangherata (forse perfino disastrosa) campagna elettorale già si profila all’orizzonte: cosa spettiamo a mettere in campo una grande operazione che facendo leva sul patrimonio pubblico e chiamando a concorrere quello privato (le uniche due vere risorse che ci sono rimaste), possa permetterci contemporaneamente di abbattere il debito sotto il 100% e trovare il denaro che serve sia per fare investimenti diretti sia per tagliare tasse e oneri? E cosa aspettiamo a trasformare il taglia e cuci di piccolo cabotaggio della spending review in una riforma strutturale dell’organizzazione dello Stato e delle autonomie locali, con relativa ricentralizzazione della sanità?

In tutti i casi, il Paese ha bisogno – anche e prima di tutto sul piano psicologico – di un salto di qualità nell’aggressione dei problemi. Non possiamo accontentarci delle manovre sul deficit, non possiamo aspettare che la recessione europea esaurisca il suo ciclo (anche perché si profila una congiuntura mondiale negativa). E il tempo stringe. Maledettamente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario