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Cambiano i big dell'economia mondiale

Niente regali sotto l'albero

Fra 15 anni cambia tutto. La Cina supera l'America; il Regno Unito passerà la Germania. L'Italia? Retrocede

di Enrico Cisnetto - 27 dicembre 2013

Se c’era una speranza che in queste ore Babbo Natale avesse portato alla signora Merkel il regalo di una posizione meno rigida (pur avendo alcune ragioni per esserlo) sul processo di sviluppo e di integrazione dell’Europa, ieri la diffusione dei risultati di uno studio di previsione dell’inglese Centre for Economic and Business Research – titolati sbrigativamente ma efficacemente: “L’economia più potente? Tra 15 anni Londra meglio di Berlino” – ha di certo mortificato l’eventuale generosità di Santa Claus. Specie se la Cancelliera andrà a vedere le motivazioni di questa profezia sul sorpasso del pil inglese su quello tedesco nel 2030: a favore di Londra, che porterà il pil dagli attuali 1.590 miliardi a 2.640 miliardi di sterline, gioca la spinta demografica legata all’immigrazione, contro Berlino, che invece aumenterà la ricchezza nazionale “nemmeno” di 700 miliardi di euro (dagli attuali 2.200 a 2.690 miliardi), pesano il trend demografico ma soprattutto, ahinoi, i salvataggi nell’Eurozona.

In realtà, battute natalizie a parte, lo studio inglese ci serve per fotografare le tendenze delle diverse economie alla fine di un 2013 che noi italiani continuiamo a chiamare di crisi, vista l’ulteriore botta recessiva che abbiamo preso, ma che in realtà è di netta ripresa in molte parte del mondo, Stati Uniti in primis. Partiamo dall’Italia: non abbiamo ancora il dato dell’ultimo trimestre, ma purtroppo tutto fa pensare – compresi i consumi festivi, calanti come non mai – che avrà il segno meno davanti e che nel migliore dei casi andrà a consolidare – speriamo non a incrementare – il -1,8% che tutti quelli dotati di realismo hanno messo in conto. Se così sarà, vorrà dire che la recessione iniziata nel 2008 e parzialmente rallentata nel 2010-2011, ci avrà portato via una decina di punti di ricchezza, pari a 150 miliardi. Solo la Grecia ha fatto peggio. Infatti, l’Europa nel suo insieme è stata in recessione nel 2008 e nel 2012, mentre le previsioni più realistiche per l’anno che si sta chiudendo parlano di una riduzione dello 0,1% nella Ue e dello 0,4% nell’Eurozona. Dunque, quella luce in fondo al tunnel c’è per il Vecchio Continente nel suo insieme, trainato dalla Germania e dai paesi del Nord, ma non vale per noi. Tanto che le previsioni Confindustria per il 2014 e il 2015 per l’Italia si fermano – e speriamo che siano davvero fondate – rispettivamente al +0,7% e al +1,2%. Mentre il rapporto previsionale dell’Onu stima per l’area euro una crescita del pil dell’1,5% nel 2014 e dell’1,9% nel 2015. Più del doppio dell’Italia, che con questo denominatore vedrà necessariamente compromessi i suoi obiettivi di contenimento di deficit e debito.

A sua volta, però, l’Europa continuerà a mantenere distanze siderali con gli Usa. Quell’incredibile +4,1% registrato nel terzo trimestre – la velocità più elevata degli ultimi due anni e il terzo miglior risultato dal 2006 – rendono il 2013 con un +2% rotondo l’anno della svolta, come dimostra Wall Street che festeggia il Dow Jones e lo S&P 500 a livelli record. Segnali positivi che inducono a stimare un aumento del Pil del 2,5% nel 2014 (ma la Fed prevede addirittura una crescita tra il 2,8% e il 3,2%), e del 3,2%-3,5% nel 2015. E sapete cosa fa questa differenza, al di là dell’incidenza che sta avendo lo shale gas nell’abbattimento della bolletta energetica? I consumatori. Le loro spese rappresentano i due terzi del pil, e la salute della domanda interna è la vera garanzia di ripresa. L’Europa, invece, è ancora immersa in un trend di consumi calanti o, al massimo, stagnanti, e affida tutte le sue speranze all’export. Che, per carità, è elemento importante della dinamica economica, ma non può certo compensare la mancanza di domanda interna. Neppure in Germania. Anche perché il tasso di crescita dei paesi potenzialmente importatori, come per esempio la Cina, sta rallentando e si basa sempre di più sullo sviluppo interno. Nel 2013 il pil dovrebbe chiudere con un +7,6%, che per noi sarebbe un sogno ma che per loro significa il terzo anno consecutivo di frenata.

Per questo le politiche di austerity, che mantengono giocoforza il tasso di disoccupazione elevato, finiscono per essere un boomerang. La politica economica americana consacra la necessità di mettere benzina nel motore, anche se non hanno torto i tedeschi quando chiedono ai paesi spreconi e indietro nel cambiamento strutturale del loro capitalismo (cioè l’adeguamento alla globalizzazione), Italia in primis, di fare le grandi riforme economiche e di welfare. Loro, che non si fidano, ci dicono: prima fate quelle, poi faremo investimenti. Noi dovremmo avere la capacità di rispondere: facciamo le due cose contemporaneamente. E nello stesso tempo avviamo il processo di integrazione politico-istituzionale, che è l’unica cosa che potrà salvare l’euro dal suicidio. In caso contrario, si avvererà la profezia inglese: nel 2030 l’Italia precipiterà dalla ottava alla quindicesima posizione nella classifica dell’economia mondiale, superata da paesi come India, Turchia e Messico e tallonata da Nigeria, Iraq, Egitto e Filippine. In attesa, buon 2014.

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