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Economia: dalla recessione alla flessione

Niente più alibi per Berlusconi e Tremonti

Cambia il clima economico. Il governo non avrà più attenuanti sui risultati

di Enrico Cisnetto - 09 maggio 2008

Il destino, cinico e beffardo, ha fatto coincidere la nascita del nuovo governo con la caduta dei tre alibi su cui il preoccupato Berlusconi e lo scettico Tremonti avevano costruito la strategia delle “mani avanti” rispetto ai risultati che questa legislatura è in grado di conseguire sul terreno dell’economia. Il primo alibi in via di demolizione è quello relativo alla “crisi mondiale”. Prima con il suo ormai famoso libro, poi con un’accorta strategia di comunicazione, il neo-ministro dell’Economia si è da tempo messo alla testa dei “catastrofisti planetari”, quelli che la globalizzazione ci rende tutti più poveri, quelli dell’equazione “2008=1929”, quelli della recessione mondiale, quelli del petrolio a 200 dollari al barile, quelli della speculazione sulle commodity agricole come moltiplicatore della fame nel mondo, quelli della “fine dell’ambiente” alla Al Gore. Una posizione “benaltrista” – completata dall’asserzione che “i valori spirituali contano di più di quelli economici” – che consente in ogni momento di scagionare il governo impotente di fronte a problemi di ben altro ordine.

Peccato, però, che proprio in queste ore si stiano moltiplicando i segnali di un cambiamento di clima, tanto che ora si parla di “flessione” invece che di “recessione”. Così, un guru come Warren Buffet, suggerendo che “il peggio è alle spalle”, ha dato fiato a Wall Street, e un Nobel dell’economia come Gary Becker non ha remore a dire che “i mercati finanziari hanno toccato il fondo” e gli Usa “si avviano ad uscire dal tunnel”. Non solo. L’iniziale scetticismo con cui si sono osservate le mosse della Federal Reserve ha lasciato spazio ad un crescente apprezzamento Bernanke, specie dopo che ha fatto capire che la riduzione dei tassi al 2%, minimo dal 2004, sarebbe stata l’ultima perchè non ce n’è più bisogno. E “fiducia con cautela” trasmette anche il segretario al Tesoro Usa, Hanry Paulson, quando elogia la decisione della Fed di evitare il collasso di Bear Stearns e si dice convinto che i “mercati stanno emergendo dalla crisi di credito” in cui erano caduti.

Insomma – come ho pronosticato in tempi non sospetti sul Foglio – il contagio della crisi finanziaria all’economia reale non c’è stato. Certo, il petrolio è a 123 dollari, l’euro mantiene un cambio irreale con la moneta Usa, e il sistema finanziario ha un gran bisogno di una governance mondiale. Ma tutto questo non è l’Anno Mille cui indulge Tremonti, e soprattutto non è quel cataclisma che avrebbe dovuto far passare in secondo piano i problemi strutturali del sistema Italia, che per noi rimangono decisivi. Dunque, primo alibi cancellato. Così come il secondo: l’eredità del governo Prodi. La decisione della Ue di chiudere la procedura d’infrazione aperta durante la precedente legislatura berlusconiana, e di farlo proprio nell’ultimo giorno di esistenza formale dell’esecutivo di centro-sinistra, da un lato certifica che almeno sul terreno dei conti pubblici il duo Prodi-Padoa Schioppa gli impegni li ha rispettati, e dall’altro che questa volta non ci sarà “buco” in eredità che tenga.

Non solo. Al prossimo Ecofin, con Tremonti al suo ri-esordio, si certificherà che “la correzione del deficit è stata chiara e sostenibile” ma nello stesso tempo si preannuncerà un duro pressing di Bruxelles su Roma perchè per quest’anno e per il prossimo è prevista un aumento al 2,3% e al 2,4% del rapporto deficit-pil, mentre per arrivare al pareggio entro il 2011 dovremmo invece scendere di mezzo punto all’anno (cioè all’1,4% e allo 0,9%). E questo sempre che la crescita economica sia almeno dello 0,5%-0,7%, perchè se dovessimo entrare in recessione, come il crollo di marzo dei consumi (-1,7%, la contrazione più grave dal 2005) e il dimezzamento della crescita delle esportazioni verso i paesi Ue nei primi due mesi del 2008 fanno temere, allora anche il quadro della finanza si aggraverebbe. Il terzo alibi che, se non è già caduto rischia di cadere, è quello della conflittualità delle parti sociali: la scelta di Cgil-Cisl-Uil di presentarsi ai suoi nuovi interlocutori, la Confindustria di Marcegaglia e il Berlusconi IV, con una proposta di cambiamento del modello contrattuale, e la stessa uscita di scena del “nemico” Montezemolo (do you remember Vicenza?) aprono inaspettati spazi di concertazione e sterilizzano l’idea che eventuale defaillance dell’esecutivo possano essere addossate all’irresponsabilità altrui. Dunque, buon lavoro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario