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Seguiamo i consigli economici dei tedeschi

Niente alibi

Perché la Merkel ha ragione

di Enrico Cisnetto - 19 novembre 2010

Tirare le pietre ad Angela Merkel sta diventando uno sport assai diffuso in Europa, e l’Italia non fa eccezione. Però, tutti coloro che lo praticano – ma soprattutto i molti tifosi che si spellano le mani ad applaudire – farebbero bene a riflettere su alcune circostanze che concorrono a fare di questa populista pratica del “dagli ai ricchi” un clamoroso alibi per le inadempienti classi dirigenti degli altri paesi iscritti al club dell’euro.

Il primo clamoroso errore è far discendere lo stato di salute decisamente migliore dell’economia tedesca, rispetto a quello europeo, da una sorta di prevaricazione compiuta da Berlino a danno degli altri. Non è così. La Germania cresce del 3,9%, cioè più del doppio di Eurolandia e quattro volte l’Italia, non perché, come molti sostengono, è riuscita a far calare l’euro e così facendo ha conquistato quote di export – peraltro sono sempre stati i tedeschi a volere la moneta forte, e comunque noi siamo secondi solo a loro nelle esportazioni, eppure la differenza è abissale – ma perché aveva riconvertito il suo capitalismo e il relativo modello di sviluppo prima della crisi finanziaria mondiale apertasi nell’estate del 2007, delocalizzando ad Est le aziende più piccole e le produzioni maggiormente labour intensive e invece investendo sulle grandi imprese a maggior valore aggiunto e a più alto tasso di innovazione tecnologica.

Una trasformazione che a metà del decennio gli è costata 5 milioni di disoccupati – mentre gli altri paesi “tiravano” – e che però gli ha consentito di minimizzare le perdite occupazionali durante la recessione del 2009 e ora di avere non soltanto un tasso di crescita che non ha eguali nel vecchio Occidente, ma anche di creare nuovi posti di lavoro (i disoccupati sono 2,9 milioni, il minimo degli ultimi 18 anni, e si calcola che diminuiranno di 1 milione nei prossimi mesi). Se a questo si aggiunge che tali risultati sono stati conseguiti mantenendo sotto controllo la finanza pubblica – a dimostrazione che l’equazione “sviluppo & stabilità finanziaria” è possibile, basta governare i processi complessi e fare le riforme strutturali – si capisce perché i tedeschi siano orgogliosi della condizione in cui si trovano e soprattutto perché non gradiscano che le defaillance e incapacità altrui ricadano sulle loro spalle.

Si dice: ma con le loro reazioni e le loro pretese, mettono in difficoltà il resto d’Europa e rendono ancor più evanescente una già fragile coesione comunitaria. Può essere. Così, solo ieri, sostenevano con diverse e in certa misura contrastanti argomentazioni Simon Johnson (Mit) e Peter Boone (London School) sul Sole e Paul De Grauwe (Università di Lovanio, Belgio) e Jean-Paul Fitoussi su Repubblica.

Ma osservo: se anche fosse vero che gli interessi tedeschi non collimano con quelli comunitari, si può ragionevolmente farne carico solo a Berlino? E siccome è evidente che la divergenza discende dalla mancata integrazione delle economie europee, che le rende tanto diverse da avere interessi persino contrastanti, e che questa a sua volta discende dalla mancata integrazione politico-istituzionale che la creazione dell’euro non è stata di per sé minimamente in grado di attivare – come a suo tempo gli eurocritici (non eurodisfattisti), cui mi vanto di essere appartenuto, avevano previsto – diventa specioso dare la colpa della mancata creazione degli Stati Uniti d’Europa alla Germania e in particolare al governo Merkel.

E che dovrebbero fare, i tedeschi, far finta che l’Europa sia integrata e che l’economia sia una? Possono anche farlo, ma imponendo la loro politica. Qui, però, interviene la critica di Fitoussi: i tedeschi ci stanno imponendo una cura di austerità troppo rigida, visto che fuori dall’Europa deficit e debito sono anche maggiori. Due osservazioni. Intanto, che bisognava pensarci prima.

La Grecia, per esempio, doveva pensarci bene prima di truccare i conti pubblici. L’Irlanda tentenna a chiedere gli aiuti Ue perché non vuole perdere la pienezza della sovranità, ma doveva evitare di trascinarsi fin qui. Anche l’Italia, che pure non sta soffrendo ma soltanto potenzialmente rischiando, che credibilità può avere sul debito se in 18 anni, dalla firma di Maastricht a oggi, è passata dal 108% al 118% di rapporto debito-pil nonostante 14 punti di pil di privatizzazioni incassate? In secondo luogo: siamo così sicuri che dopo la sbornia dell’indebitamento a carico degli Stati per fronteggiare la crisi mondiale ora non sia venuto il momento di frenare? Osservo, intanto, che coloro che chiedono di continuare a spingere il pedale di deficit e debito sono in genere gli stessi che criticano il piano Obama-Bernanke di immettere altri 600 miliardi di dollari nel sistema: Delle due l’una: o hanno ragione gli Usa o ha ragione la Germania. La quale non dice di non spendere, ma di farlo ricavando le risorse da una riconversione della spesa corrente improduttiva in spesa per investimenti.

Infine, un’ultima considerazione. Dimenticare che i tedeschi sono stati i più virtuosi, anzi di fatto biasimarli per questo, significa regalar loro un clamoroso alibi per fare davvero ciò che più vogliono: fuggire dall’euro. E non sarebbe certo un bel giorno, quello. Enrico Cisnetto

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