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Letta e Renzi alla prova

Nessuno ne parla ma Bankitalia rischia la svendita

Trasformare la banca centrale una public company è un errore cosmico. A goderne sarebbero le banche degli altri paesi

di Davide Giacalone - 10 dicembre 2013

Il calendario parlamentare fissa le tappe che portano all’epilogo del tempo perso: mercoledì il dibattito sulla fiducia, facile, perché Enrico Letta potrà produrre parole, Matteo Renzi potrà far finta di crederci, il resto della compagnia farà la parte che già s’è scelta in commedia; poi dovrebbe esserci il dibattito sulla sfiducia al ministro della giustizia, e qui le cose si complicano, perché l’unico modo per non far cadere il governo, o non suicidare l’appena eletto segretario del Partito democratico, è che l’interessata si dimetta, cosa che nuoce alla quiete dell’immobilismo, suona assurdo dopo reiterati dibattiti e fiducie, picchia una schiaffo sul volto del Quirinale; fin qui, però, siamo all’opera dei pupi, perché nel frattempo matura la sostanza: cosa si fa della Banca d’Italia? I mezzi d’informazione continuano a nascondere il problema, senza che ciò dispiaccia alle banche che siedono nella proprietà, ma quello è un passaggio cruciale. Dal punto di vista politico, istituzionale ed economico.

Politico. Perché Forza Italia oramai vota contro tutto, anche contro quel che fu impostato quando si trovava in maggioranza. Il Nuovo centro destra non profferisce verbo: è chiaro che i voti non li ha presi, ma è pronto a darli. Sicché il decreto passa solo e soltanto se in tal senso si muove il Pd. E se già s’era levata qualche vocina critica e dubbiosa, da quelle fila, ora sono esponenti renziani di peso (ad esempio Ermete Realacci) a dire: questa cosa non la voto, se proprio non mi convincono. E sarà dura, per le ragioni che qui abbiamo già due volte illustrato. Dato che il decreto è del 30 novembre e dato che sta arrivando Natale, sicché i tempi della conversione s’accorciano, saranno le prossime due settimane a segnalare se quelli del nuovo gruppo dirigente del Pd sono giovanotti tosti o Jovanotti da tostare.

Istituzionale. Avere firmato il decreto, da parte del presidente della Repubblica, è stato un azzardo. Reso più grave dal controllo ossessivo che aveva esercitato, con altri governi. Dov’era l’urgenza? Non capivano, i giuristi accollati, che l’immediata vigenza dava vita ad una parentesi pericolosissima? Non trovarono vergognoso associare la montagna al bruscolino dell’Imu? Sta di fatto, però, che prendere un sinistro per il caso Cancellieri e un destro per Bankitalia, riduce all’angolo il pugile del Colle. Se schiva su Cancellieri, va al tappeto Renzi. Se schiva sul decreto, ottenendone la conversione, va sotto al tappeto l’Italia.

Economico. Mentre qui si perde tempo con cosmiche bischerate, quali quella di volere fare della banca centrale una public company e venderla alle banche degli altri paesi, la Bundesbank, banca centrale tedesca, si mette di traverso alla sua rivalutazione, quindi delle quote nel portafoglio delle banche italiane (e neanche tutte italiane, perché anche questo si riuscì a fare). Se non molla dovremo trovare un altro modo per difendere le nostre banche dal possibile attacco per scarsa consistenza patrimoniale. E se non ci riusciamo è già pronta la stangata patrimoniale per i depositanti. Il che avrebbe come effetto la corsa a portare i soldi nelle filiali delle banche tedesche, che il governo di quel Paese difende e che, paradossalmente, erano assai più intossicate delle nostre da titoli altamente speculativi. Altro che public company, qui serve la riacquisizione totale e il cambio di politica verso le banche.

E’ incredibile che la logorrea dei politici sia divenuta mutismo sulle parole di Jens Weidmann, governatore della Bundesbank. Egli ha detto (al Sole24Ore), fra le altre, tre cose: a. acquistare o meno titoli dei debiti sovrani è decisione politica, che spetta ai governi e ai parlamenti d’Europa; b. è chiaro che l’acquisto di quei titoli, a breve, da parte della Bce (programma Omt), fa scendere gli spread, ma serve solo a comprare tempo, non a risolvere il problema; c. tutti abbiamo bisogno di riforme, per l’Italia conta molto cambiare la pubblica amministrazione, giustizia compresa. Ha tre volte ragione. Sono cose che scriviamo in continuazione. Ma con una differenza: se la Bce non fosse intervenuta lo svantaggio italiano, dovuto alla speculazione, ci avrebbe ucciso. Per questo è un bene che Bundesbank sia stata messa in minoranza. Ciò non toglie che la partita non consiste nel guadagnare (e perdere) tempo.

Un governo serio userebbe le tesi del professor Giuseppe Guarino (secondo cui l’operato della Commissione europea, in campo economico, è illegittimo, da colpo di stato). Magari non per farle valere, ma per farle pesare. E aprirebbe subito il cantiere delle riforme. Non sono gli altri a doverci fare degli sconti, siamo noi a dovere volere la rimonta.

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