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Il Paese fermo che si sveglia nelle emergenze

Nessuno competente, tutti responsabili

La lunga strada per un nuovo standard legale di convivenza civile

di Elio Di Caprio - 17 aprile 2009

Tutti a lamentarsi di un Paese fermo, che non sa fare le riforme e non ha il coraggio di portare fino in fondo alcun cambiamento e poi scopriamo che questo essere stati ed essere fermi in fin dei conti ha consentito al nostro Paese di porre maggiori argini alla crisi economica internazionale senza grandi sconvolgimenti sociali. Almeno finora. Tutto ancora si tiene al di là dei terremoti, dei referendum sulle leggi elettorali, delle tante inquietudini che agitano un bipolarismo sostanzialmente imposto agli italiani.

Potrebbe essere diversamente? Con un debito pubblico stratosferico destinato ad aggravarsi nel breve periodo scopriamo che le uscite di bilancio per il pagamento degli interessi sul debito già superano quelle del sistema pensionistico. E’ un trend impietoso che durerà ancora anni, oltre il terremoto ed al di là di altre incombenze che potranno sempre sopravvenire. Pure in presenza di una riduzione delle entrate fiscali c’è ancora chi ritiene che valga la pena indebitarsi ancor più per sostenere i redditi e l’economia, altri ritengono che la riforma del sistema pensionistico sia la chiave di volta per salvare il bilancio nazionale complessivo.

La realtà è che con la spesa pubblica impegnata e bloccata in mille rivoli non ci sono o sono molto pochi i soldi nuovi e veri da destinare insieme alle infrastrutture ed agli ammortizzatori sociali. Lo sanno bene sia Berlusconi che Tremonti che nei loro equilibrismi dialettici devono rassicurare che il governo c’è e si pende cura delle classi più disagiate ed ora anche degli sfollati dell’Aquila. Lo sa bene l’opposizione che sbraita per onor di firma lasciando come sempre alla CGL l’onere di sostenere – ormai lo sentiamo da decenni- che tutto si risolverebbe con un’efficace lotta all’evasione ed all’elusione fiscale. Cento miliardi di euro in più all’anno da recuperare per il bilancio statale farebbero la differenza.

Ma poi ben sappiamo quanto di evasione fiscale sia strettamente legato al “lavoro nero“ che non può riemergere più di tanto e comunque riesce ad assicurare i redditi minimi a larghi strati di lavoratori extracomunitari e non. Così come non abbiamo una mappa dettagliata dei tanti sprechi pubblici da ridurre od eliminare senza che ciò non abbia conseguenze sulla tenuta sociale complessiva. Da dove cominciare e con quali meccanismi legislativi? Con il metodo Brunetta applicato su larga scala?

Tutto è fermo ma si tiene anche grazie al sistema previdenziale che garantisce un po’ tutti ed è diventato negli anni il vero grande ammortizzatore sociale che consente alle generazioni più vecchie di spostare parte del proprio reddito a sostegno del lavoro precario di figli e nipoti.

E’ questo il modo pratico di sopravvivenza di gran parte della popolazione italiana, tra nord e sud, un arrangiarsi collettivo in attesa di tempi migliori. Le caste- ci siamo accorti che non esistono solo quelle politiche e parlamentari- sono pressocchè inamovibili, sempre lì a difendere i loro privilegi, troppe per essere individualmente punite o riformate, sono il prodotto stanco di un lungo periodo di mancato ricambio della classe dirigente lottizzata da decenni per meriti di partito. Con chi prendersela per tante inefficienze e sprechi che vengono puntualmente alla luce, ieri per l’immondizia di Napoli ed oggi per i palazzi crollati nel terremoto? Quale è la classe politica imputabile, quella nazionale o quella regionale o quella comunale? E che fine ha fatto la classe amministrativa neutrale e tecnica, quella dei controllori, che dovrebbe- ma non lo è- essere immune da influenze partitiche?

E’ esemplare quanto sta avvenendo dopo il terremoto dell’Aquila alla vana ricerca di capri espiatori tra i vari controllori che non hanno controllato. Il terremoto poteva pure non avvenire e tutto sarebbe rimasto come prima con poche o troppe leggi antisismiche che nessuno ha mai reso operative. Siamo arrivati al punto che anche il “mattone allargato” voluto da Berlusconi ed accettato un po’ da tutti si sarebbe autocertificato da solo senza controlli superiori. Se il Paese è fermo, ma resiste anche ai terremoti, verrebbe da pensare che si possa procedere in queste condizioni per altri decenni, casta dopo casta, privilegio dopo privilegio, nell’infinito equilibrismo tra i tornaconti individuali e di categoria. Tutto si aggiusta e rientra prima o poi nella normalità. Chi l’ha detto che c’è bisogno di un progetto-Paese quando da più di 15 anni non facciamo altro che governare a mala pena le tante emergenze? Quello che è venuto alla luce con le vicende del sisma è che lo Stato è vecchio nel suo funzionamento ordinario, non sa prevedere ed attrezzarsi, preferisce creare doppioni di intervento per accontentare le tante burocrazie nazionali, regionali, provinciali e comunali e poi non sa individuare un livello preciso di competenza e responsabilità. Tocca poi sempre ai famosi “fannulloni” di Brunetta intervenire provvidenzialmente nelle emergenze, tocca alle inchieste giornalistiche e talvolta alla magistratura di dipanare la matassa aggrovigliata dei labirinti burocratici quando è ormai troppo tardi.

Quello che manca drammaticamente è il “legal standard” che il nostro Tremonti vorrebbe applicare alla finanza internazionale per riformarla, manca uno standard preciso di legalità ordinaria interna che faccia chiarezza su chi fa che cosa e con quali mezzi, competenze e responsabilità. Né c’è da sperare che con il federalismo fiscale cambi tutto e si riesca a determinare un serio coordinamento tra i diversi livelli di intervento nazionali e locali.

Appare sempre più chiaro che non usciremo dalle emergenze- non sono solo quelle del terremoto- fino a quando non verranno riscritte le regole di funzionamento dello Stato e fino a quando non cambieranno i criteri di selezione della classe dirigente che sono gli stessi da più di mezzo secolo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario