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Ma questo non sarà un referendum sui valori

Nessuno che si preoccupi del dopo

Mentre il fronte del sì e quello del no si contendono il consenso dell'elettorato

di Elio Di Caprio - 13 giugno 2006

A due settimane dal voto referendario risulta sempre più difficile, nonostante la costituzione dei comitati del sì e di quelli del no, riuscire a mobilitare l"opinione pubblica e le sue passioni su una scelta che dovrebbe riguardare solo l"assetto costituzionale complessivo e invece viene rivestita di significati strumentali per le conseguenze politiche immediate che potrà determinare.
Si dice persino che se vincesse il sì verrebbe compromessa l"esistenza già gracile del governo Prodi.
Ritornano le vecchie logiche del “politicamente corretto” tanto da indurre Curzio Maltese su “la Repubblica”, a rievocare una presunta “partita culturale decisiva” che si giocherebbe con il referendum “fra quanti in questi anni hanno difeso i valori costituzionali e antifascisti e l"ondata eversiva che li ha messi in dubbio per la prima volta dalla nascita della democrazia”... Siamo veramente a tanto?
La realtà è che le contraddizioni della classe politica “bipolare” vengono sempre più alla luce e sono ora rovesciate sull"opinione pubblica con il ricatto propagandistico che il voto per il sì sarebbe l"unico modo per arrivare finalmente ad una riforma della Costituzione dopo anni di immobilismo e quello per il no sarebbe l"unica possibilità per fare tabula rasa della riforma unilaterale del centrodestra per ripartire su nuove ( o vecchie) basi.
Votare no adesso per arrivare a un sì condiviso domani o rischiare che il no seppellisca nei fatti ogni riforma possibile e faccia prevalere l"oltranzismo conservatore dell"estrema sinistra ideologica di Rifondazione e dei comunisti italiani?
E" questo il dilemma che non tocca all"elettorato risolvere visto che paradossalmente sia il fronte del sì che quello del no ammettono già i limiti e le pecche dell"attuale riforma costituzionale sottoposta a referendum, nonchè di quella precedente varata affrettatamente dal centrosinistra e ancora in vigore.
Al di là delle retoriche di comodo che si riaffacciano puntualmente per dirottare i consensi sull"una o sull"altra sponda, qui non si tratta di scegliere tra monarchia e repubblica e tanto meno di scommettere sulla caduta del governo Prodi, ma di respingere semplicemente, con il referendum, la riforma confusa e velleitaria portata avanti dal centrodestra nella scorsa legislatura.
I valori lasciamoli da parte. Come scrive il politologo Giovanni Sartori definire i valori è più difficile che definire lo stesso concetto di democrazia. Quali i valori da conservare se non si crea una scala di valori? Ci sono i valori vecchi e nuovi della civiltà occidentale assediata dal terrorismo islamico che periodicamente scuote le nostre identità e ci costringe a pensare il mondo oltre gli stretti perimetri di casa nostra. Ci sono quelli della vita che vengono ora riproposti con veemenza dal fronte cattolico per combattere la cultura laica dominante nelle società scettiche ed opulente dell"Occidente, quelli della persona che vengono ancora calpestati in Paesi vicini e lontani.
Riformare la seconda parte della Costituzione italiana non è un attentato ai valori, è soltanto un mezzo per provvedere al miglior funzionamento delle istituzioni. Del resto tutto cambia e non bisogna aver paura degli aggiornamenti necessari.
Lavoro, diritto di proprietà,equità fiscale non sono diritti immobili e immutabili concessi o conquistati una volta per tutte: anche senza una Costituzione che li enumeri e li protegga sono sottoposti a continui mutamenti di estensione e di significato, specie in un"epoca di relazioni globali come l"attuale.
Abbiamo visto come si stia trasformando il lavoro, come l"economia finanziaria stia soppiantando quella reale, come sia importante che il carico fiscale non penalizzi troppo le imprese che creano ricchezza.
I valori vanno ricercati altrove. Magdi Allam, valente giornalista di origine egiziana, ora vicedirettore del Corriere della Sera, nella sua polemica contro il fondamentalismo islamico trova accenti ormai desueti per noi italiani, invitandoci a riscoprire i valori della Nazione e quelli dello Stato, con l"orgoglio delle radici comuni a tutti i Paesi occidentali.
E" possibile che siano personalità di origine straniera ad insegnarci da dove ricominciare?
E noi invece di attardiamo a discutere sullo spirito del 2 giugno calpestato, sui valori della Costituzione compromessi non sapendo distinguere i mezzi dai fini.
Perchè non ammettere che il buon funzionamento di un sistema politico è importantissimo per dare alla cosa pubblica una nuova credibilità, è la precondizione perchè si arrivi ad una condivisione convinta di un destino nazionale?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario