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Public Policy

Inutile illudersi sul declino italiano

Nessun silenzioso boom

Per uscirne bisogna aiutare chi già cresce. Il caso Alitalia ne è la prova

di Enrico Cisnetto - 14 dicembre 2007

Confesso che quando ho letto la denuncia sulla disgregazione sociale contenuta nell’annuale Rapporto del Censis, quella per la quale sono state opportunamente spese la formula della “poltiglia sociale” e l’immagine della “mucillagine”, ho sperato che l’analisi dell’amico De Rita e dei suoi ricercatori si fosse finalmente decisa a dismettere l’ottimismo di maniera che aveva caratterizzato tutti gli ultimi Rapporti sul fronte dello stato di salute dell’economia made in Italy. Il Censis mi ha accontentato a metà. Bene sul fronte della società e della politica, male su quello dell’economia. No, caro De Rita, da “declinista” della prima ora ti dico che non c’è nessun “silenzioso boom”, nessuna “minoranza vitale” che può trainare la “maggioranza attardata”. C’è, questo è vero, un “lento processo” di riorganizzazione e riposizionamento complessivo del sistema industriale, ma non è affatto “progressivo” come il Censis lo definisce. Sì, lo so che il racconto di una dinamica positiva che proviene da alcune imprese è fatto proprio da alcuni osservatori (Marco Fortis del centro studi Edison, per esempio) e da ultimo anche da operatori del calibro di Pietro Modiano, uno dei banchieri che più hanno contatti con la realtà produttiva del Paese, la cui analisi positiva sul nostro manifatturiero è stata fatta propria dal Foglio due giorni fa. Qui non si tratta di contestare l’esistenza di questa dinamica – c’è, si vede a occhio nudo e i numeri la confortano – che indubbiamente rispetto all’avvitarsi del processo di deindustrializzazione prodottosi a cavallo del secolo rappresenta comunque una risposta. Si tratta, invece, di mettersi d’accordo sul “peso” e sulla “tendenza” del fenomeno. Ecco, io credo che le “minoranze” di cui parla il Censis abbiano due caratteristiche che contraddicono la visione ottimistica di De Rita e di Modiano. Primo sono proprio tale, cioè numericamente poco consistenti, e come tali incapaci di reggere lo sviluppo di un grande paese industriale come l’Italia e le aspettative di reddito che esso coltiva. In secondo luogo, sono minoranze “residuali”, cioè il prodotto di un processo di depauperazione del panorama produttivo nazionale (soprattutto delle grandi imprese e di interi settori) che ha proceduto per scremature senza ricambio. Non, dunque, minoranze nate dal basso e che, pur senza coordinazione, hanno imposto al sistema economico un percorso evolutivo, non “embrioni” del rinnovamento di un modello di sviluppo allo stato nascente: questa è solo un’illusione ottica. Ma, purtroppo, “minoranze-minoranze” che si salvano dal naufragio del vecchio modello battuto dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia mondiale. Vedrete con il “credit crunch” ormai conclamato – e Modiano dovrebbe saperne qualcosa – che come minimo avrà l’effetto di alzare l’asticella del merito di credito, quanti morti e feriti avremo nel panorama delle nostre imprese. Diciamola tutta: non è vero ciò che ci ha raccontato in questi anni la Confindustria, e cioè che di qua c’è la vivacità, la modernità, la spinta delle imprese, e di là c’è una politica cattiva e vessatoria e una società disintegrata e vogliosa di diritti senza doveri e merito. Una dicotomia di questa fatta non regge al buon senso, figuriamoci ad un’analisi approfondita. La verità è che il Paese è uno, e che oggi la linea di demarcazione è proprio quella “minoranza-maggioranza”, e divide tutto, la politica e la società come l’economia.

Lo dico, questo, perchè si sarebbe già a metà dell’opera – la cura del “male italiano” – se ci fosse condivisione sulla diagnosi. E d’altra parte, solo così quella minoranza della classe dirigente (politica e non) che vuole guarire il Paese può unire le forze perchè finalmente si metta mano a tutte quelle grandi scelte che sono necessarie. Visione illuministica? Può darsi, ma che intanto può e deve tradursi in scelte concrete. A cominciare proprio da quelle di politica industriale.

E qui il tema, oggi, è come mettere a regime ciò che si è salvato dal “diluvio universale”, ponendolo nelle condizioni di continuare una crescita che altrimenti da solo non riuscirebbe a mettere a segno. Un caso-scuola è la vicenda Alitalia. Ha ragione Corrado Passera quando dice che regalare un’azienda, nella quale lo Stato ha investito (e anche buttato, diciamo la verità) in questi ultimi anni miliardi di euro, ad Air France-Klm vuole dire “buttarla via”. Perché se è vero che Alitalia, come AirOne, ha bisogno di un partner internazionale, è altrettanto vero che cedendola ora ai francesi la compagnia diventerebbe “l’indotto” di un grande vettore mondiale e un mercato come quello italiano – dalle potenzialità illimitate, basti pensare al turismo – sarebbe ridotto alla stregua di una provincia dell’impero. Dunque, l’unica strada è scommettere su un vettore nazionale, che non può che essere – pur con tutti i limiti e le difficoltà dell’operazione – la risultante della fusione tra Alitalia e AirOne. E non solo perché il requisito dell’italianità fu considerato dal governo “condicio sine qua non” all’epoca del bando d’asta, ma perché questo è l’unico progetto industriale di lungo termine che non tanto Alitalia quanto il sistema nazionale dei trasporti ha di fronte. I capitali non mancano, i progetti pure, il dualismo Malpensa-Fiumicino risolto diversificando gli hub, e le alleanze internazionali potranno seguire: perchè si tentenna? Perchè, come dicevo all’inizio, la necessità di rimettere al centro degli obiettivi l’Italia non è chiara a tutti.

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