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Le intercettazioni nuocciono alla giustizia

Nell’occhio del Grande Fratello

Vale anche per i togati quel che fanno ai comuni mortali?

di Davide Giacalone - 10 giugno 2008

La giustizia, oramai, è la fiera dello schiamazzare inutile e fuori di testa. Secondo i magistrati associati, se si ponesse un limite alle intercettazioni telefoniche, si renderebbero impotenti le indagini. Sono fuori dalla realtà, che è questa: si dispongono intercettazioni cinque volte più che in Francia e cinquanta più che negli Usa, si spendono così un terzo dei soldi stanziati per la giustizia e, in compenso, le assoluzioni ed i proscioglimenti superano il 60%, essendo più numerosi quando sono le intercettazioni il pezzo forte dell’accusa. Ai magistrati non piacciono i numeri? Allora prendiamola da un’altra parte: oggi non ci sono limiti e nessuno pone ostacoli, tant’è che siamo tutti intercettati. Funziona? La giustizia è soddisfacente? Ecco, allora cerchino di pensare, prima di parlare.

Le intercettazioni nuocciono gravemente alla salute della giustizia, compresa quella morale. L’ascolto dei fatti altrui capovolge la logica: si parte da un’ipotesi generica, poi si attende che sia l’indagato, od un suo conoscente, a segnalare il reato. L’attesa può essere lunga, allora si parte con i trucchi, in modo da aggirare la legge. Già oggi le intercettazioni dovrebbero essere l’eccezione, invece sono la regola perché il male sta più in alto, nei controlli che mancano, nel ruolo del giudice subordinato al potere della procura. E la sua irrilevanza si misura anche con il fatto che le trascrizioni finiscono prima sui giornali che sulla sua scrivania, con una fuga di notizie che sarebbe un reato, se non fosse che ad indagare dovrebbero essere i potenziali indagati. Già, magari si potrebbero intercettare i magistrati per sapere con chi prendono accordi per passare le soffiate, con quali editori inciuciano, come scelgono gli intervistatori. Che ne dicono? Vale per i togati quel che fanno ai comuni mortali?

Nuocciono, le intercettazioni, alla salute morale, perché tendono a confondere il reato con il peccato. Oscurano il dato oggettivo per far risaltare la condotta personale. Non è tanto questione di privacy, ma d’inciviltà del diritto, di confusione fra giudizio e pregiudizio. Si porta il postribolo in aula, trasformando la seconda nel primo. Non basterà un decreto specifico, perché le intercettazioni sono solo un sintomo di una giustizia degenerata in giustizialismo.

Pubblicato su Libero di martedì 10 giugno

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