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Intervista al presidente di Società Aperta

“Né con Prodi né con Berlusconi”

Cisnetto: “Per affrontare il declino serve un nuovo patto sociale che superi il bipolarismo”

di Giuliano Gennaio e Carmelo Dragotta - 14 ottobre 2005

Dopo un periodo di sperimentazione, Terza Repubblica assume una veste grafica e giornalistica definitiva. Inoltre, è stato deciso di avviare una newsletter settimanale che segnalerà tutte le più importanti novità contenute nel giornale on-line edito da Società Aperta. Tutto questo coincide, non a caso, con una stagione politica molto complessa che ci porterà nella primavera del 2006 alle elezioni politiche. Per fare il punto e capire cosa ci aspetta nel prossimo futuro, la redazione ha sentito Enrico Cisnetto. Ecco il testo dell’intervista al presidente di Società Aperta.

Domanda. Discussione in Parlamento di una nuova legge elettorale, Finanziaria con Tremonti nuovamente ministro dell’Economia, primarie del centro-sinistra. Da che cosa vogliamo cominciare.
Risposta. Veramente vorrei iniziare dalla Germania.

D. Perchè il “caso tedesco” è più importante dei fatti di casa nostra?
R. Perchè in Italia, per ignoranza e per ipocrisia, si stanno eludendo le due questioni che sono fondamentali, il declino economico e il fallimento del sistema politico. Società Aperta ha sempre detto che queste sono due facce della stessa medaglia, la medaglia della crisi del nostro paese. Ma ora ci siamo accorti che il problema non si ferma al bipolarismo all’italiana che ha caratterizzato la Seconda Repubblica. C’è un problema analogo, anche se con connotati diversi, che attraverso tutta la vecchia Europa. E che il “pareggio” tedesco, come il no francese e olandese nei rispettivi referendum sul trattato costituzionale europeo, hanno evidenziato. I cittadini europei sono estremamente preoccupati che nei loro Paesi non si possa più vivere come si è vissuto dal dopoguerra in avanti. Lo stato di benessere e di sicurezza sociale e civile che è stato raggiunto, secondo una paura diffusa, sono messi in discussione. Questa situazione può essere risolta solo costruendo gli “Stati Uniti d’Europa”, in modo che il Vecchio Continente si metta in competizione nel mondo in maniera unitaria. Oggi, però, vedo solo dei segnali di chiusura e di difesa degli interessi nazionali. Ma quelle espressioni di orientamento popolare in Germania, Francia e Olanda pongono con chiarezza il tema dell'adeguamento dei paesi europei, e della stessa Europa (almeno entro i confini più ristretti di Eurolandia), ai nuovi scenari eco-geo-politici creati dalla globalizzazione. In altre parole, l'Europa (e l'Italia a maggior ragione) deve fare i conti con il nuovo asse Usa-Asia intorno a cui si sta sviluppando il mondo, e che spinge verso la marginalità il Vecchio Continente. Esso, da un lato, non può più essere il luogo dove si produce, visto che i paesi asiatici (e non solo) sono in grado di farlo a costi imbattibili, mentre dall’altro fatica a contendere agli Usa il ruolo di chi genera e gestisce il valore aggiunto della conoscenza. L’Europa ha perso (finora) sia la sfida della competizione globale sia la scommessa della rivoluzione tecnologica. Se a questo aggiungiamo che nel giro di breve tempo l’età media degli europei sarà intorno ai 60 anni, mentre quella della popolazione mondiale sarà di 25, si capisce come la partita sia maledettamente complicata. Insomma cambia radicalmente la mappa di quella che una volta si definiva la divisione internazionale del lavoro. Noi dobbiamo decidere quali spazi possiamo e vogliamo ritagliarci, e darci conseguentemente un progetto per i prossimi decenni.

D. Quale può essere il nuovo ruolo dell’Europa?
R. C’è un grande dibattito da fare. Probabilmente l’Europa può e deve essere il luogo della qualità, intesa come valorizzazione della propria storia (il vero made in Italy è questo). Individuare un nuovo modello di sviluppo, cambiare il capitalismo che lo incarna e realizza, trasformare i sistemi di welfare: queste sono le epocali trasformazioni che ci aspettano. Riuscirci è difficile, soprattutto perchè nel breve termine ci sono prezzi salati da pagare, ma non farle è esiziale in termini di marginalizzazione eco-geo-politica nel mondo e in termini di tenuta sociale. Le pre-condizione per progettare e realizzare queste grandi trasformazioni sono una classe dirigente all'altezza della sfida e sistemi politici adeguati (che necessariamente non possono più essere quelli degli ultimi 60 anni).

D. Ma che relazione ha tutto questo con la Grosse Koalition tedesca appena varata con il governo Merkel?
R. La Grosse Koalition pone esplicitamente il tema della fine del bipolarismo: per realizzare i cambiamenti epocali di cui abbiamo parlato occorre un alto tasso di consenso, e di conseguenza occorre dotarsi di meccanismo di voto che premino più la convergenza che la concorrenza elettorale, e di sistemi politici che realizzino il più alto tasso di omogeneità possibile. Insomma, se le scelte sono difficili e “costano”, occorre condividerle per avere il grado di consenso utile a realizzarle. E se questo è necessario in Germania, dove la cultura politica ha impedito a Schroeder di allearsi con Lafontaine e alla Merkel di farlo con i liberali – perchè entrambi sanno che non basta vincere per governare – figuriamoci se in Italia non è indispensabile un accordo di legislatura tra i poli, visto che il bipolarismo all'italiana raccatta tutti, dai comunisti ai fascisti doc, creando coalizioni eterogenee incapaci di esprimere la ben che minima governabilità e per di più in perenne contrapposizione ideologica tra loro. Non solo. Siccome l'Italia è il paese che più soffre le conseguenze della globalizzazione – cioè dove il declino è più strutturale e meno facilmente sormontabile – ecco l'urgenza di una Grande Coalizione. Ed ecco perché Società Aperta intende attestarsi su questa linea. Difficile, certo, ma lungimirante.

D. La riforma elettorale che è in discussione in Parlamento aiuta questo processo politico? E, prima ancora, quali probabilità ha di passare?
R. Le probabilità stanno vistosamente aumentando, ma è bene non dimenticare che l’iter della riforma incrocerà quello sia dell’ex Cirielli sia della devolution. Due passaggi complicati e delicati, che potrebbero incidere sulla riforma elettorale. Dunque, è difficile fare pronostici seri. Quanto alle conseguenze dell’eventuale riforma, prima bisognerebbe parlare della sua qualità.

D. Partiamo da lì, allora.
R. In questo caso occorre fare una premessa: dopo oltre un decennio di guai che ha procurato, è assolutamente opportuno che vada in pensione l’attuale legge, il cosiddetto Mattarellum. Società Aperta in questi anni ha detto con chiarezza che per sostituirla occorreva “pescare” nel mare delle esperienze europee. In primis il sistema tedesco, a base proporzionale ma con lo sbarramento al 5% e la sfiducia costruttiva, o in subordine quello francese, maggioritario pieno a doppio turno. Questa doppia scelta, seppure con una preferenza proporzionalistica, non deve sembrare contraddittoria: per noi il sistema elettorale, ma anche quello politico e la stessa architettura istituzionale, sono dei mezzi e non dei fini. Quindi, pragmaticamente, occorre scegliere a seconda delle condizioni e del momento storico.

D. E oggi quale scelta occorrerebbe fare?
R. Il nostro problema, oggi, è di chiudere più in fretta possibile il tragico capitolo della Seconda Repubblica. La quale ha completamento tradito tutte le aspettative che si erano create intorno alla fine della Prima Repubblica.

D. Veramente il professor Panebianco sostiene che abbiamo avuto l’alternanza, e tanto basta per preferire la Seconda alla Prima.
R. Abbiamo già fissato con il mio amico Angelo Panebianco un faccia a faccia che Società Aperta organizzerà a Roma sabato 3 dicembre. In quell’occasione incroceremo le spade delle rispettive idee. Ma devo dire che se l’alternanza è tra due poli che non governano, e se la presunta stabilità significa tre primi ministri e quattro governi nei cinque anni di centro-sinistra, e una perenne verifica di governo da crisi incipiente, sfociata anche in un Berlusconi-bis, per il centro-destra, allora ne faccio volentieri a meno.

D. Torniamo alla fine della Seconda Repubblica.
R. Credo che con le dimissioni del ministro Siniscalco a pochi giorni dalla presentazione della Finanziaria e con il “caso Fazio” siano caduti altri pezzi importanti nell’architrave che sosteneva una Seconda Repubblica già morente, e che comunque finirà un minuto dopo le prossime elezioni. Una nuova legge elettorale dovrebbe perciò servire a passare alla Terza Repubblica. Altrimenti se nessuno ne annuncia la morte, se nessuno ne fa la sepoltura, il cadavere di questa Repubblica puzzerà per parecchio tempo. Però ho l’impressione che il proporzionale di cui si discute sia ben lontano dal modello tedesco, perchè certifica la frantumazione partitica prodotta dal maggioritario bastardo, consolida lo scandalo dell’accentramento nelle mani delle oligarchie della scelta dei parlamentari, mixa inopportunamente sbarramento e premio di maggioranza, accentua con l’indicazione del premier l’opzione presidenziale del sistema senza dargliene interamente le caratteristiche, spinge la connotazione leaderistica consentendo la presentazione in tutte le circoscrizioni.

D. Soprattutto non favorisce, nonostante il proporzionale, la creazione di una terza forza...
R. Certo non alle prossime elezioni, visto che il meccanismo inventato tende a puntellare l’attuale bipolarismo e considerato che chi poteva sparigliare le carte, penso all’Udc, ha abdicato perchè è stato sottoscritto un patto politico sottostante alla riforma elettorale stessa. E se una legge elettorale non serve in occasioni di elezioni, a che serve? Si dice: verrà buona dopo, quando la coalizione perdente non reggerà all’urto della sconfitta e quella vincente non ce la farà a governare. Può darsi, rispondo io, ma osservo che quel processo di disintegrazione del sistema avverrà comunque, che riformare un’altra vota la legge nella prossima legislatura sarà più difficile e che usando l’arma del proporzionale così male si danno munizioni a chi difende l’attuale sistema. Naturalmente, io non dimentico il punto dal quale siamo partiti: l’attuale sistema fa schifo e la priorità è cambiarlo. Ma questa riforma rischia davvero di essere un’occasione persa, se non serve a mettere in discussione il bipolarismo fin qui realizzato.

D. Peccato che l’Udc...
R. L’Udc ha commesso un errore esiziale, sicuramente per il Paese ma temo anche per se stessa. In politica conta ciò che la gente percepisce, e qui percepisce che c’è un partito che si agita, ma che non trae le relative conclusioni politiche. Così finirà per diventare la causa della crisi del centro-destra, e non sarà più credibile. Peccato, perché alcuni suoi uomini, come Follini e Tabacci, sono stati capaci di leggere la crisi del sistema politico, e non semplicemente quella maturata dentro le alleanze. La nostra speranza era che avessero il coraggio di tirare le conseguenze delle proprie analisi e di proporsi come terza forza alle prossime elezioni. Non è stato così e francamente credo difficile che ci siano le condizioni per farla in tempo utile.

D. Il presidente del Consiglio sarà dunque ancora il candidato premier della Cdl? Il suggerimento di abbandonare la politica attiva che due berlusconiani come Ferrara e Feltri hanno dato al Cavaliere è caduto nel vuoto?
R. Io il cambio di leadership dentro il centro-destra l’ho sempre considerata un’eventualità assolutamente improbabile: E comunque dal mio punto di vista non è il tema centrale: il vero problema è il bipolarismo che non funziona, e certo non si sparigliano le carte togliendo Berlusconi e mettendo Fini all’interno di un sistema non consolidato. Credo che occorra ben altro.

D. Società Aperta ha parlato di un nuovo “patto sociale”, al quale dovrebbero partecipare anche i poteri economici, per quanto frammentati. Con chi si dovrebbe fare questo patto?
R. Soltanto la politica può determinare le condizioni di questo patto. All’inizio degli anni Novanta i Poteri Forti hanno detto al Paese che non c’era più bisogno della politica, che i politici – mi riferisco a quelli della Prima Repubblica – andavano “cacciati via”, perché gli “uomini del fare” avrebbero saputo sostituirli, senza il bisogno di altri mediatori. Ci si accorge oggi, a distanza di tredici anni, che le cose non erano affatto così, che la politica è indispensabile, che non esistono scorciatoie. Per questo nell’analisi di Società Aperta per affrontare il declino, economico ma anche socio-culturale, si antepone lo snodo del cambiamento del sistema politico. Noi identifichiamo solo nella politica la possibilità di cambiare il Paese. Il nuovo patto sociale deve essere il contratto che lega società civile e politica ad un grande progetto di trasformazione del Paese, il cui primo e propedeutico passaggio è quello della fine del bipolarismo.

D. Qual è, in questo quadro, la strategia di Società Aperta?
R. Abbiamo individuato due possibili tipologie di spariglio delle carte, che noi auspichiamo. La prima deriverebbe da un cambiamento di ruolo di qualcuno nel sistema politico, segnatamente i partiti e i leader di centro di entrambi i poli. La seconda da un intervento di qualche soggetto esterno.

D. Montezemolo?
R. Anche, ma non solo. Ma occorre dirci con estrema sincerità che, almeno finora, nessuna delle due ipotesi si è verificata. E che più passa il tempo che ci separa dal voto e meno è probabile che una di queste condizioni si verifichi. Ci abbiamo lavorato, senza risparmio. Ma vischiosità, mancanza di coraggio, strategie di corto respiro fin qui hanno prevalso. Sarebbe un errore mancare di realismo e non prenderne atto. Ma questo non significa che Società Aperta tira i remi in barca, tutt’altro. Vedremo se la legge elettorale passerà e in che termini, vedremo se la normalizzazione del centro-destra operata da Berlusconi arriverà fino in fondo, analizzeremo i risultati delle primarie del centro-sinistra e cercheremo se qualcosa o qualcuno permetterà di riaprire i giochi.

D. Può essere che il soggetto radicale e socialista che sembra stia per nascere abbia una posizione terzista?
R. Potrebbe, ma credo che l’unico che abbia in mente questa idea sia De Michelis con il suo NuovoPsi. Si aspettava che Follini e Casini da una parte e Rutelli dall’altra dessero al Paese occasioni ben diverse per sparigliare le carte. De Michelis fa bene a lasciare la Cdl, anche se credo che gli pianga il cuore a passare da un polo all’altro senza mettere in discussione questo bipolarismo, sul quale ha valutazioni assolutamente identiche alle nostre. Diciamo che come giornalista prevedo che questo rassemblement non possa tirarsi fuori da uno dei due poli prima delle elezioni, mentre come presidente di Società Aperta mi auguro che lo faccia.

D. Ma nelle diverse circostanze, cosa farà esattamente Società Aperta?
R. Società Aperta ha le idee e gli uomini giusti per poter immaginare di concorrere a creare le condizioni del cambiamento nella politica italiana, ma certamente non ha i mezzi, non ha gli strumenti, non ha la forza per poterlo fare direttamente e naturalmente se vuole esercitare un ruolo propositivo non può essere un movimento che coltiva delle illusioni. Dobbiamo stare con i piedi per terra e sapere quali sono i nostri limiti, ma anche quali sono i nostri meriti e il credito, davvero considerevole, di cui godiamo. Ma pragmatismo non significa essere disponibili a qualunque cosa. Abbiamo scelto la strada cosiddetta “terzista”, e da quella non deflettiamo. Siamo convinti che nel Paese stia crescendo esponenzialmente l’area di chi è disposto a riconoscersi nello slogan “né con Prodi, né con Berlusconi”. Ma l’offerta a questa domanda politica va costruita con pazienza, senza compromettere per troppa fretta l’esito dell’operazione. Dunque, se si verificheranno le condizioni, noi ci saremo. Ma se il terzo polo non si potrà fare nonostante i nostri reiterati sforzi, lavoreremo su Società Aperta per farle fare un salto qualità politico e organizzativo in modo da renderla un soggetto politico capace di rappresentare, nel momento dell’agonia finale della Seconda Repubblica e soprattutto nella fase convulsa di ricerca delle basi su cui costruire la Terza Repubblica, un punto di riferimento solido e qualificato per tutto coloro che vorranno essere protagonisti del cambiamento. Continueremo a elaborare idee e programmi, lavoreremo nella società civile, soprattutto con i giovani, cercheremo di selezionare e costruire una nuova classe dirigente. Per amore di questo Paese.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario