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Troppi punti ancora in sospeso

Né con Marchionne né con la Fiom

Perché non si può essere pienamente d'accordo col numero 1 di Fiat

di Enrico Cisnetto - 29 ottobre 2010

Se non fosse che il “né, né” ricorda infauste distinzioni del passato, di fronte all’ennesima discussione sulla Fiat verrebbe da dire “né con la Fiom, né con Marchionne”. E non perché si possono contestare le affermazioni dell’amministratore delegato della casa automobilistica sullo scarso grado di competitività del sistema Italia, o perché ci sia qualcosa di offensivo nei confronti dei lavoratori e del Paese intero in quello che è semplicemente un atteggiamento un po’ spocchioso di una persona che è antipatica di suo. E neppure vale la pena di distinguersi da Marchionne per la ragione più usata nelle diverse reazioni a lui più ostili, quella che fa riferimento all’ingratitudine mostrata verso un sistema-paese che tra aiuti diretti e indiretti – si pensi al famoso convertendo delle banche, senza il quale il manager con il maglioncino non sarebbe mai stato ingaggiato, per il semplice motivo che non ci sarebbe più stata la Fiat – ha sovvenzionato il gruppo Fiat per decine di miliardi di euro. Nel senso che la ragione è fondata, ma appare anche la certificazione inoppugnabile del fatto che la nostra è un’economia assistita nel bel mezzo della competizione globale, a conferma dell’accusa lanciata dallo stesso Marchionne.

No, il motivo del “né” con Marchionne sta in due considerazioni, tra loro fortemente intrecciate, che già nei mesi scorsi, di fronte alla spaccatura prodotta nel sindacato dalla vicenda Pomigliano e poi dalla disdetta del contratto da parte delle imprese metalmeccaniche, avevo avanzato. La prima riguarda i veri obiettivi del capo della Fiat, la seconda la pretesa –dei suoi esegeti più che di Marchionne stesso, a cui, a mio giudizio, non gliene importa nulla – di estendere il “lodo Pomigliano” a tutta l’industria manifatturiera italiana. Partiamo dalla strategia di Marchionne: fare della Fiat una multinazionale. Perfetto, è l’unica possibilità di sopravvivere. Ma c’è una profonda differenza tra il trasferimento in toto all’estero e una delocalizzazione dei siti produttivi alla ricerca di costo del lavoro più basso e mantenimento in Italia della testa del gruppo (direzione, ricerca, design, ecc.). Marchionne sembra invece aver scelto una terza via – a mio giudizio inesistente – spostando il cuore delle decisioni a Detroit prima ancora che attraverso la fusione prossima con Chrysler si formalizzi l’americanizzazione della Fiat, e nello stesso tempo sostenendo di voler mantenere in Italia alcune produzioni a patto che si lavori seriamente. Ora io non ho alcuna difficoltà – come giustamente non l’hanno avuta Bonanni e Angeletti – a dire che in alcune fabbriche Fiat (non tutte e non tutte allo stesso modo, così come non in tutte le aziende nazionali) si lavora poco e male e che alcune rigidità e prassi sindacali, così come alcuni abusi colpevolmente tollerati o addirittura coperti dal sindacato, abbassano la produttività e mortificano la meritocrazia. Anzi, sono proprio questi i motivi del mio “né con la Fiom”.

Ma faccio due osservazioni. La prima è che la modalità con cui si è mosso e continua a muoversi Marchionne non è quella di chi ha in testa di portare a casa le migliori condizioni possibili, ferma restando la decisione di produrre in Italia, bensì quella di colui che vuole levare le tende e, sapendo che la cosa deve avvenire trovando un colpevole per le reazioni politico-sindacali che suscita e gli imbarazzi per la famiglia Agnelli che provoca, cerca il casus belli alzando continuamente l’asticella delle richieste e delle polemiche. Naturalmente io non ho alcuna prova di questo, ma se il sospetto non fosse fondato Marchionne dovrebbe quantomeno ritarare la sua comunicazione visto che fa di tutto per renderlo evidente. E se invece la sua intenzione fosse davvero quella di chiudere gli stabilimenti italiani, allora lo dico subito e apertamente, non fosse altro per rispetto quei sindacalisti di Cisl e Uil che per fare l’accordo con lui si sono beccati l’accusa di essere dei venduti e sono finiti nel mirino degli esagitati. La seconda osservazione riguarda l’intera industria italiana: se è vero che essa deve recuperare quote di produttività e competitività sempre più grandi, è altrettanto vero che quantità, costo e organizzazione flessibile del lavoro non sono le uniche cause di quei gap. Nel caso della Fiat, per esempio, pesa un rinnovamento dell’offerta più limitato rispetto ai concorrenti, una capacità di innovazione relativa sia al processo che al prodotto troppo modesta, una capacità commerciale e di servizio al cliente non sufficiente. Altrove, nella galassia del manifatturiero italico, pesano questi stessi limiti, ma anche la sottocapitalizzazione, la scarsa managerializzazione delle imprese familiari, la dimensione eccessivamente piccola. Questo non significa che occorra lavorare di più e meglio, significa solo che la risposta ai ritardi italiani è ben più complessa e va data a 360 gradi, per evitare che il rimpallo delle responsabilità finisca per bloccare il rinnovamento. Che deve arrivare a riconsiderare la stessa presenza dell’Italia in alcune produzioni più mature e necessariamente labour intensive. E per far questo ci vuole la politica (che non c’è), non le provocazioni più o meno interessate di “mister maglioncino”.

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