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Bilancio Ue e il dio spread

Morbo greco

Siamo ancora al punto di partenza: la Grecia sull’orlo del fallimento, la Spagna e l’Italia in rampa di lancio, la signora Merkel in campagna elettorale, i francesi che l’hanno finita, ma non per questo smettono di pendolare.

di Davide Giacalone - 23 novembre 2012

Più che il ricambio delle camicie, come suggerisce Van Rompuy, al vertice europeo dovrebbero portare la camicia di forza, perché solo dei matti possono entrare in una riunione sul bilancio, con aperta la questione degli aiuti alla Grecia, e uscirne senza essere approdati a nulla, confermando che due anni sono passati invano. Siamo ancora al punto di partenza: la Grecia sull’orlo del fallimento, la Spagna e l’Italia in rampa di lancio, la signora Merkel in campagna elettorale, i francesi che l’hanno finita, ma non per questo smettono di pendolare. L’Europa che c’è dimostra la propria irresponsabilità, mentre quella che non c’è, e che dovrebbe esserci, non la si può aspettare in eterno.

I dati greci sono istruttivi. Si è al quinto anno di recessione. Nel terzo trimestre del 2012 il suo prodotto interno lordo è scivolato di un ulteriore 7,2%. Dall’inizio della crisi ha perso il 25%, mentre il reddito delle famiglie è calato del 40%. Questi sono gli effetti di una guerra. Persa, per giunta. Invece la guerra non c’è stata, il che è un bene, ma le macerie abbondano. Alla Grecia è stata imposta una cura durissima. Misure espiative, utili (se ci si crede) a immolarsi innanzi al dio-spread, figlie di una politica penitenziale. Il risultato economico? Il primo salvataggio della Grecia risale al 2010, da quando la si salva, in questo modo, il debito non fa che crescere: per il 2011 era previsto si attestasse al 145%, ma è arrivato al 171; per il 2012 era immaginato al 148, sarà al 176; nel 2014, ammesso che abbia una senso continuare a leggere queste previsioni, è quantificato al 190. Cura efficace, come si vede: i greci sono sempre più poveri e sempre più indebitati, mentre per continuare a “salvarli” si devono scucire più denari di quanto sarebbe costato federalizzare ed estinguere il loro debito iniziale.

Se guardate questa scena e gettate un occhio all’altare maggiore, dove domina il ritratto del dio-spread, scoprite che la divinità non s’adira, questa volta, è paciosa. Che si sia rabbonita? Che l’abbiano commossa i dolori imposti dai governi dei Paesi nel mirino? Non credo. Il fatto è che, oramai, della Grecia non frega niente a nessuno (il che mi fa sentire sempre più greco e sempre meno disposto a celebrare questa Europa mal riuscita). L’attenzione si sposta su Spagna e Italia, che si trovano in condizioni più arretrate, ma su quella stessa via. Anche da noi si tassa a man bassa, si toglie alle famiglie e s’immola al dio, ma il debito cresce. Meno, certamente, ma cresce. Allora il dio guarda e pensa: non m’eccito per la Grecia, dico solo che se non riescono a riacchiappare quel nano col piffero che ci riescono con due giganti, sto buono e attendo di capire quante camice metteranno in valigia, il giorno in cui gli aiuti saranno chiesti dalla Spagna e dall’Italia, intanto mi diletto con gli americani, alle prese con un debito alto e un Parlamento spaccato.

Quando arriva il giorno in cui chiederemo gli aiuti? La Bce già interviene (grazie a Mario Draghi) per sostenere i nostri Paesi, ma non ci si è rivolti al salva-stati perché questo metterebbe in imbarazzo il governo tedesco, farebbe esplodere le contraddizioni di quello francese, comprometterebbe le elezioni catalane di quello spagnolo, mentre da noi si gioca al gioco del cerino, sperando che siano i successori a doverlo fare. Roba lungimirante.

Leggete quel che è scritto nel rapporto della Banca d’Italia: in un anno il credito alle imprese è sceso di 38 miliardi (4,2% in più rispetto al tasso di recessione, ottima premessa per la recessione prossima); i depositi degli italiani, nelle nostre banche, ammontano a 2.340 miliardi, mentre i prestiti di queste a 2.860. Che ci sia differenza è normale, ed è normalmente coperta da bond e prestiti interbancari, solo che quel corso d’acqua s’è prosciugato, sicché, se non interviene la Bce (che già lo ha fatto in passato) il credito sarà ulteriormente contratto. Ciò pasce la recessione (altro che ripresa imminente, di cui favoleggiano al governo) e, contraendosi il pil, cresce il debito. Il morbo greco.

La Bce interverrà? Fosse per Draghi la risposta è affermativa, ma si deve mettere in conto l’opposizione della Bundesbank. E siamo al punto di partenza. Con l’aggravante che se si salva la Grecia prestandole denaro a un quarto del tasso d’interesse che le chiede il mercato (4 contro 16, più o meno), e se lo si fa dividendo le poste spettanti a ciascun Paese, chi paga tassi superiori al 4 (come noi) sovvenzionerà i greci, mentre la Germania si arricchirà, visto che grazie alla scombinatezza dell’euro prende soldi gratis. Due anni dopo siamo ancora lì, con un’Europa a trazione tedesca. Non è ammissibile, non è conveniente, non può durare.

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