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Società Aperta pronta a dare il contributo

Monti, finalmente

Molti i limiti politici e programmatici, ma il Professore è l'unica chance per unire i riformisti, battere i populismi e governare l'Italia

di Enrico Cisnetto - 23 dicembre 2012

È troppo presto per dire se il 24 febbraio 2013 inizierà la Terza Repubblica e finalmente ci metteremo alle spalle la fallimentare stagione della forzosa contrapposizione tra destra e sinistra, ma soprattutto della disastrosa guerra tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Probabilmente no. Ma una cosa è certa: se ciò avverrà, o comunque se ce ne saranno le premesse, il merito andrà attribuito solo ed esclusivamente a Mario Monti. E questo nonostante che il Professore non abbia poi fatto quel “gigantesco passo avanti” sulla via della “salita in politica”, come invece lui stesso ha definito le scelte che ha intenzione di compiere. Partiamo proprio da qui.

È vero che Monti, tra l’altro corrispondendo alla sua indole, avrebbe potuto scegliere il low profile, più salubre per lui ma certo più egoistico per il Paese. Scelta che, forse, gli avrebbe aperto le porte del Quirinale. O che, forse, lo avrebbe messo nella condizione di essere richiamato alla presidenza del Consiglio in caso, assai probabile, di mancanza di un vincitore delle elezioni. Vero. Ma altrettanto vero è che avrebbe potuto fare – e può, almeno parzialmente, ancora fare – molto di più. Per esempio, avrebbe potuto dimettersi da senatore a vita – gesto che agli italiani disgustati di un ceto politico capace solo di arraffare, avrebbe fatto un enorme effetto – o, in subordine, candidarsi alla Camera, visto che la sua incompatibilità con la carica senatoriale scatterebbe solo una volta eletto e gli basterebbe optare per il Senato. No, Monti tra queste opposte possibilità ha scelto l’opzione di mezzo.

Ma sbaglieremmo noi di Società Aperta, che pure fin da prima che si aprisse la crisi di governo gli avevamo sollecitato un impegno diretto e totale nell’agone politico, a sottovalutare l’entità degli oneri che Monti si è assunto. Sì, ha escluso di candidarsi – d’altra parte, con la conferma di questa schifezza di legge elettorale, non potremmo comunque misurare il suo personale consenso – ed è stato assai prudente circa la possibilità di concedere l’uso del suo nome ad una o più liste, preferendo prima misurare la convergenza sul programma. Anche l’esplicita disponibilità a tornare a palazzo Chigi non è chiaro se intende farla passare attraverso la scheda elettorale – purtroppo la legge, a nostro giudizio in modo anti-costituzionale, concede la facoltà di indicare un candidato premier anche se in realtà non c’è alcuna elezione diretta – o aspettando un po’ in disparte rispetto alla rissa della campagna elettorale la chiamata del Capo dello Stato una volta che si saranno aperte le urne. Inoltre, sono molte le idee con cui andrebbe integrata (intervento sul debito) o fortemente modificata (come sul tema giustizia) l’agenda che il Professore ha indicato come base programmatica delle forze che in lui si riconoscono.

Ma è indubbio che la presenza di Monti, anche indiretta, rende l’offerta politica a disposizione degli italiani il 24 febbraio prossimo almeno parzialmente diversa rispetto a quella della contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra che per 20 anni ha tenuto banco e fatto disastri, favorendo l’emergere dei populismi che purtroppo albergano in gran numero nelle viscere della nostra società, a danno delle forze di governo, conservatrici o riformiste che fossero.

Parliamoci chiaro, fino a poche ore fa il quadro era deprimente. Il Pd alleato con la sinistra radicale – hai voglia di dire che in fondo Vendola è un moderato, su questo ha ragione Monti – e in certa misura prigioniero del riflesso condizionato pro-Cgil, tanto da indurre riformisti come Ichino a scappare, con Bersani che pensa di avere già vinto mentre invece rischia fortemente di non avere la maggioranza al Senato. Il Pdl nelle mani del redivivo Berlusconi che si prepara a recuperare voti parlando il linguaggio di Grillo, oltre che a rispolverare il solito refrain sui comunisti. Persino il Centro, vecchio e nuovo, che non è stato fin qui capace di costruire un soggetto politico ad hoc, per esistere appare completamente sub judice delle mosse di Monti. Insomma, se questa rimanesse l’offerta politica per le prossime elezioni, non solo non ci sarebbe il superamento del bipolarismo malato rispetto al quale l’avvento del governo Monti aveva creato una salutare discontinuità, ma saremmo ancora al solito schema “Berlusconi sì, Berlusconi no”, di cui già si vedono ampie anticipazioni con le comparsate televisive del Cavaliere e con le repliche delle sceneggiate dei “comici di sinistra”.

Per questo ben venga Monti, seppure con ritardo – molto sarebbe cambiato se questa la scelta di oggi fosse stata fatta a settembre – e seppure con le riserve, politiche e programmatiche, di cui abbiamo apertamente detto. E ben venga tanto più se è vero, come è vero, che a lui guardano con fiducia i mercati e in lui hanno un chiaro punto di riferimento gli interlocutori europei e atlantici da cui dipendono, lo si voglia o no, molti dei nostri destini.

Detto questo, il vero tema è un altro: quanto Monti è in grado di fare la differenza in termini elettorali? Chi sono i suoi compagni di strada, il meglio rimasto fuori dal bipolarismo e che negli anni ha saputo offrire una critica costruttiva, o il peggio che dal bipolarismo è fuoriuscito dopo esserci stato dentro? Chi farà le liste, qualcuno che ci mette la faccia o chi agisce dietro le quinte, magari in un conflitto d’interessi non meno evidente di quello di Berlusconi? Sappiamo che in politica non ci si può permettere di fare gli schizzinosi, ma la risposta a queste domande sarà decisiva. Così come sappiamo che, con tutta probabilità, quella scomposizione dei due poli tra i populisti e i riformisti evocata come necessaria da Monti, e che rappresenta il valore politico più alto di quanto finora egli abbia espresso, non ci sarà a questo giro – salvo qualche benemerita ma isolata testimonianza – e che il prossimo governo e forse la legislatura stessa potrebbero anche durare pochi mesi. Ma questo non ci impedisce di salutare con favore l’unica novità che, pur con molti limiti, si sta affacciando sulla scena politica nazionale. E di essere pronti, come Società Aperta, a dare il nostro responsabile contributo.

Per intanto, buon 2013!

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario