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Public Policy

Dismissione del patrimonio

Monti e patrimoniale

Monetizzare, non svendere, il patrimonio in dotazione allo Stato

di Enrico Cisnetto - 15 novembre 2011

La riuscita del tentativo di Mario Monti di formare un governo che metta un argine alla pressione dei mercato sui nostri titoli di Stato e allontani così lo spettro del default – per nulla immaginario – è troppo importante perché sia sacrificata sull’altare di una patrimoniale. Se davvero fosse una tassa sul patrimonio il discrimine che divide Pd e Pdl – con i primi a farne una bandiera per dimostrare che davvero Berlusconi non c’è più e i secondi che anticipano la campagna elettorale al grido “non si mettono le mani nelle tasche degli italiani” – sia chiaro fin d’ora che ci può essere una felice mediazione che mette d’accordo tutte le esigenze, a cominciare ovviamente dall’unica sana, quella di tagliare in modo significativo il debito pubblico. Dunque, non una patrimoniale, ma un “acquisto forzoso” di titoli. Mi spiego. Partiamo dal presupposto che in questo momento occorrerebbero 500-600 miliardi. Diciamo 570, cioè il 30% dell’intero stock di debito (1900 miliardi), per destinarne 380 a portare il rapporto debito-pil di qualche punto sotto il 100%, e 190 per sostenere la crescita secondo un piano di sviluppo di stampo liberal-keynesiano (investimenti in conto capitale per infrastrutture materiali e immateriali, come la banda larga; creazione di nuovi poli industriali e del terziario avanzato). Dove si trovano così tanti soldi? A parte la riduzione della spesa pubblica corrente, il taglio degli sprechi, la lotta all’evasione, l’aumento dell’età pensionabile, la semplificazione dei livelli amministrativi del decentramento e quant’altro deriverebbe da mille azioni di risanamento, nell’immediato le strade sono solo due: vendita di beni pubblici e “prelievo di beni privati”. Per la prima operazione occorre evitare sia la svendita degli immobili e dei beni demaniali sia la cessione delle partecipazioni pregiate (Eni, Enel, ecc.). E l’unico modo è creare una società veicolo, cui conferire quel “patrimonio fruttifero” stimato dal Tesoro in 675 miliardi rispetto ai 1.815 miliardi di attivi complessivi, da quotare in Borsa attraverso un progressivo classamento di azioni sulla base di un calendario prefissato e illustrato ai mercati in modo che possano fin dall’inizio scontare il presumibile ricavo futuro. Per la seconda strada, quella relativa al patrimonio privato, occorre invece non essere punitivi ed evitare i veti politici. Come? Usando la stessa società creata per la prima operazione. Si potrebbe dire a chi possiede patrimonio oltre una certa soglia che andrà stabilita: o paghi la patrimoniale oppure, in alternativa, compri i titoli della “società anti-debito”. Faccia Monti i calcoli per stabilire la platea cui applicare questa manovra, e in quale misura. Certo, si tratterebbe pur sempre di subire una coercizione, ma “dare oro alla patria” in cambio di un titolo credo sia meglio che farlo senza avere alcuna contropartita. Questo è un canovaccio di lavoro, cui possono essere apportate molte variazioni. Ma è probabile che incontrerebbe il gradimento della “troika” Ue-Bce-Fmi, sotto la cui tutela siamo finiti per nostra incapacità. E per Monti potrebbe essere un più che accettabile punto di mediazione tra esigenze politiche diverse. Sempre nella convinzione che oggi il suo governo sia l’unica chance che l’Italia ha per evitare la catastrofe. E anche la migliore way-out dalla fallimentare stagione del bipolarismo malato.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario