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Public Policy

Due mosse diverse

Monti e Confindustria

Dopo la frattura di Confindustria, il Governo deve evitare la divisione di coloro su cui si basa la ripresa del Paese

di Enrico Cisnetto - 23 marzo 2012

Monti vince, Confindustria perde. Proprio quando il governo, con una riforma così nel merito ma rivoluzionaria nel metodo, decide di segnare la fine della concertazione – prendendo atto che i diritti di veto in capo alle parti sociali che negli anni ha generato prevalgono sul valore positivo della pace sociale in essa incorporata – la Confindustria si spacca clamorosamente a metà per eleggere il suo nuovo presidente. E lo fa non perché si divide tra gli imprenditori che hanno scavallato il dosso della grande crisi e quelli che tentano di sopravvivere nonostante la loro azienda sia fuori mercato, come sarebbe stato logico e persino opportuno che accadesse visto che la divergenza di interessi tra le due categorie è ormai abissale, ma perché, per personalismi e ragioni di puro potere interno, sono stati spinti a contrapporsi due industriali che appartengono entrambi, senza tema di smentita, al primo dei due mondi.

Per un ex “potere forte”, come è ridotta Confindustria da molto tempo, non c’era niente di peggio che presentarsi in questo modo all’appuntamento con un cambiamento così epocale come il superamento di una modalità ventennale di relazioni industriali, intorno a cui, tra l’altro, si sono costruite fortune e conseguiti insuccessi politici decisivi. Monti, muovendo la pedina Fornero, ha infatti giocato una duplice partita. Da un lato, si è mosso nel solco che gli è proprio fin dal primo giorno di governo, quello dello scenario internazionale: dopo essersi intestato la riforma delle pensioni – terreno su cui il bipolarismo aveva dato il peggio di sé anche agli occhi dei mercati finanziari e dei partner europei e atlantici – e aver dato la sensazione di essere in grado di sconfiggere le italiche corporazioni con alcune liberalizzazioni, ecco che può comunicare la caduta del tabù dell’articolo 18 e una normalizzazione (in senso equiparativo agli altri paesi) del nostro mercato del lavoro.

Cosa di non poco conto, sul piano percettivo prima ancora che pratico, visto che si tratta di un fronte tristemente noto per la lunga lista dei morti, ammazzati dalla cecità prodotta da un ottuso approccio ideologico alla vita. E qual era la miglior certificazione che davvero il governo rispondeva alla richiesta contenuta nella famosa lettera della Bce dello scorso anno? Avere la Cgil contro. E persino il rialzo dello spread, tornato sopra la soglia del 3% con un balzo di 40 punti in 48 ore, giova a Monti, perché dimostra a chi aveva già archiviato i pericoli della crisi che essa permane in agguato e che occorre continuare a dare “messaggi” ai mercati.

Nello stesso tempo, però, Monti si è giocato (ancora una volta) una partita tutta politica. Derubricando il rapporto con le parti sociali da negoziato a confronto, e dunque evitando che la spaccatura nel mondo sindacale si cristallizzasse, il premier ha infatti ottenuto di non certificare in modo formale l’isolamento della Cgil, lasciando a Bersani una buona via d’uscita (sempre che il segretario del Pd, di cui ancora non si è capita la strategia, la sappia imboccare). Nella speranza che Bersani lo ricambi evitandogli, nei fatti, la scelta della legge delega, che aprirebbe un conflitto parlamentare pericoloso per la riforma e per la tenuta del governo, al posto del decreto. Molto dipenderà dal comportamento dei riformisti, per i quali la riforma Fornero rappresenta l’occasione delle occasioni: smarcarsi dalle posizioni conservatrici – quelle oltranziste stile Fiom e Fassina-Cofferati, ma anche quelle “buoniste” alla Damiano – e da quelle cerchiobottiste della palude bersaniana, e imporre al partito di contarsi e dividersi finalmente su questioni politiche dirimenti.

Se Enrico Letta saprà coagulare le diverse anime che sono (o dovrebbero essere) favorevoli alla riforma – gli ex Popolari (al netto della Bindi), i veltroniani, i liberal (Ichino, Morando, ecc.) e i laici (Enzo Bianco) – e offrire a Monti una sponda solida, si potrebbero aprire scenari ben più interessanti delle modifiche all’articolo 18 (un po’ troppo barocche, e che per questo danno un eccessivo potere ai giudici) e degli interventi sulla flessibilità in entrata (molto onerosi per le imprese), e a maggior ragione di ciò che nella riforma avrebbe dovuto esserci e non c’è (la fine della stagione della tutela del posto di lavoro, attraverso la cassa integrazione, e la nascita di quella della tutela del lavoratore, attraverso l’indennità di disoccupazione).

Ciò che Monti non aveva potuto calcolare è la spaccatura di Confindustria, che certo non l’aiuta. Per questo sarà opportuno che s’impegni a fare quanto è in suo potere – sto evidentemente parlando di moral suasion – per evitare che il fronte di coloro su cui è riposta gran parte della speranza di ripresa e rilancio del Paese si divida, e per di più non per nobili ragioni. Il momento è delicato, anche perché non si è ancora aperto il vero cantiere della lotta alla recessione: chi ha cervello lo usi.

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