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Bene il bocconiano a braccetto con Sarkozy

Monti, benvenuto tra i pragmatici

Ora però è necessaria una svolta simile anche in Italia. Il professore può esserne il faro

di Enrico Cisnetto - 03 settembre 2007

Benvenuto nel club dei pragmatici, professor Mario Monti. Ha fatto grande piacere apprendere che l’ex commissario Ue alla concorrenza sia stato chiamato da Nicolas Sarkozy a far parte della commissione creata dal governo francese, e presieduta da Jacques Attali, con il compito di studiare soluzioni a-ideologiche per “liberare” la crescita economica. Una decisione che fa scalpore, visto che Monti – con Franco Bassanini l’altro italien nell’organigramma sarkosiano – quando era commissario europeo aveva duellato (e vinto) con il presidente francese, all’epoca ministro dell’Economia dl governo De Villepin, nei casi Edf ed Alstom. Questo dimostra che Sarkozy non è un fenomeno mediatico, un interprete da Oscar di quella politica spettacolo che fa proseliti anche da noi, ma uno statista vero che sa dotarsi di persone – oltre ai due italiani, nella commissione ci sono anche Ana Palacio, ex ministro degli Esteri di Aznar, ed economisti come Philippe Aghion e Jean Philippe Cotis – dalla variegata estrazione culturale, allo scopo di esercitare davvero quella rupture col passato che è la sua vera parola d’ordine. E dimostra anche che Monti, sciaguratamente lasciato fuori dai governi italiani, dell’uno e dell’altro fronte, sarebbe pronto ad assumersi ruoli e responsabilità, se solo si capisse che un civil servant del suo valore e della sua esperienza non può essere lasciato in panchina solo perché non si vuole legare mani e piedi a uno dei carri del nostro sgangherato bipolarismo. Ma il professore della Bocconi, accettando la proposta di Sarkò, ha fatto qualcosa di più che prestare una consulenza professionale: ha compiuto una scelta. Liberale, sì, come lui è sempre stato. Ma non liberista – della serie “la politica non serve, tanto ci pensa il mercato” – come Monti si è sempre dichiarato. Perchè Sarkozy è tutto, meno che liberista. E la differenza non è di poco conto, considerato che oggi nell’Europa alle prese con il boom asiatico e la rivoluzione tecnologica si confrontano tre linee su come affrontare il cambiamento del modello di sviluppo e del sistema di welfare: quella beceramente statalista (residuale, presente solo in Italia); quella liberista dello “Stato minimo”; quella liberal-pragmatica, di cui Sarkozy è diventato leader. La quale rappresenta una felice sintesi tra le aperture al mercato, necessarie in un mondo globalizzato, e quel colbertismo di marca transalpina che difende i campioni nazionali e avversa la concorrenza come valore assoluto, fine a se stesso. Una strategia di politica industriale della quale costituisce un esempio perfetto il pressing sulla Bce, che ha costretto Francoforte – complici i mutui subprime e il rallentamento dell’economia – a rinviare a data da destinarsi l’aumento dei tassi d’interesse. E che prima o poi imporrà nello statuto dell’istituto l’obiettivo della crescita economica, e non solo l’ormai desueta lotta all’inflazione, costringendo così il supereuro che frena l’export europeo a ridimensionarsi.

Tornando a Monti, oltre che per la Francia con la sua autorevolezza può fare molto anche per l’Italia: si metta alla testa di un’elaborazione programmatica di politica economica che ci consenta finalmente percorrere un sentiero riformista, come quello di Sarkozy, di cui abbiamo un disperato bisogno. E se non riesce lui, allora significa che l’impresa è davvero impossibile.

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