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Public Policy

Classe dirigente cercasi

Miseria e ignobiltà

Politici e banchieri, eletti e nominati, sono la foto fedele di un Paese che non ha orrore di sé

di Davide Giacalone - 04 febbraio 2013

Turiamoci il naso. Non per votare (lì non basta non inalare), ma per ragionare: la classe politica finisce sul banco degli imputati per avere comprato, con soldi pubblici, mutande e nutella, fuoristrada e aragoste; intanto i nominati dalla classe politica, i lottizzati del mondo assicurativo e bancario, portano via soldi a carriolate, sottraendo ricchezza a banche possedute da fondazioni e intermediando affari che generano enormi ricchezze all’estero, poi riutilizzate a beneficio di pochi. Lasciamo da parte gli aspetti penali, per conoscere i cui esiti possiamo metterci comodi e aspettare anni. Guardiamo la sostanza: la politica è popolata da miserabili che non contano nulla, mentre gli affari s’affollano di lestofanti che fregano molto. Questo è il risultato di un’Italia in cui si continua a negare lo spazio al mercato e a difendere il ruolo pubblico nell’economia, salvo avere distrutto i partiti e avere creato contenitori elettorali privi di selezione e idee.

In tutto il mondo libero i soldi pesano sulla politica e gli interessi tendono a indirizzarla e condizionarla, posto che nel mondo non libero le cose vanno assai peggio. E’ normale. Scandalizzarsi è più stupido che ipocrita. Ma le democrazie funzionano quando il ruolo del legislatore e del governante è affidato a persone selezionate proprio per regolare, assecondare o contrastare quegli interessi, mettendoli in coerenza con un’idea generale di sviluppo. Da noi abbiamo riempito le assemblee legislative di mezze seghe che si sentono seghe intere solo perché mettono qualche vizio in conto alla collettività. Né si può rimediare suonando la musica monocorde del rinnovamento e del giovanilismo, perché è esattamente quella che ci regala gente che compra lecca lecca e autoreggenti. Prima che morale il nostro è un problema mentale.

Si guardi a quel che è successo nel Lazio, dove il Pd ha rotto l’alleanza con i radicali perché pretendeva che il rinnovamento travolgesse i profittatori come anche quanti li avevano denunciati. Intanto le fanciulle di bella presenza hanno sfondato a destra, con gran folklore, ma anche a sinistra, con meno clamore. Il caporalato elettorale fa strada per ogni dove. I premi fedeltà si assegnano a quelli che valgono poco, anche perché trattasi di dote canina (la lealtà, invece, è dote umana). Non solo s’esaltano le vocazioni peripatetiche, ma le si ammira al punto da premiare la mobilità da una lista all’altra. Il tutto alimentando un’orgia trasformistica e ribassista che fa rimpiangere la pratica regolarmente orgiastica, cui taluni hanno innata vocazione.

All’epoca di Consorte & Sacchetti il Pd preferì sostenere che quei due compagni erano stati lesti nel fregare tutti, arricchendosi a beneficio proprio (nella vicenda Telecom si fecero versare soldi per una mediazione di cui il mercato non avvertiva alcun bisogno). Sono pronti a sostenere la stessa tesi per il Monte dei Paschi di Siena. Sembrano ipocrisie difensive, in realtà sono impostazioni demolitorie, perché dimostrano che i cretini fanno politica e i furbi fanno soldi. A destra neanche questo, prevalendo la rassegnazione a che nessuna persona di qualità oserebbe frammischiarsi alla genia così intruppata. Sicché, alla fine, da una parte e dall’altra, senza minimamente escludere la palude centrista, si consegnano seggi a soggetti incapaci di usarne altro che gl’immeritati privilegi.

Quel che le cronache di queste settimane restituiscono è la terribile distanza, l’incredibile sperequazione fra la tipologia degli affari contestati ai politici e quella degli affari contestati a quanti devono il loro posto alle coperture e alle amicizie politiche. Ripeto: lasciamo da parte l’aspetto penale, anche perché, su quel lato, tutti sono e siamo coperti dalla presunzione d’innocenza. Ma come un uomo non ha bisogno di attendere le analisi cliniche per sapere se ha dolore all’addome, così un Paese non ha bisogno di attendere le sentenze per sapere se qualche cosa non funziona. Il livello di malaffare contestato alla politica è di livello materiale misero, pur avendo grande rilievo morale. Mentre quel che emerge da banche e affari è non solo di ben più ragguardevole dimensione, ma neanche si porta appresso la condanna sistemica che la politica sollecita. A scarseggiare, intanto, sono gli anticorpi. Tale classe dirigente, politica e bancaria, eletta e nominata, è la foto fedele di un Paese che non ha orrore di sé. Salvo avvertire il terrore che tutto salti in aria. Anche per eccesso di bassezza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario