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Public Policy

Buttati al vento quattordici anni di manovrine

Miopia e sprechi bipartisan

L’ultimo esempio è il federalismo all’italiana. Quando drammatizzare può tornare utile

di Enrico Cisnetto - 15 giugno 2006

Sì, ha ragione il ministro Padoa Schioppa: stiamo peggio che nel 1992. Non perché i conti pubblici siano più fuori controllo di allora, quando si temeva la “bancarotta” dell’Italia Spa e il governo Amato dovette varare la “famigerata” Finanziaria da 92 mila miliardi di lire. Ma perché, nel frattempo, abbiamo buttato al vento ben 14 anni di manovre e manovrine, una tantum e privatizzazioni per far cassa, sfiancando il Paese senza risolvere nulla. Prendiamo il debito, che giustamente il ministro dell’Economia indica come il parametro più adatto a valutare lo stato di salute della nostra finanza pubblica. Quest’anno, senza intervento correttivo, arriverà ad avere un rapporto con il pil di 108,3%, certificando ancora una volta – se ce ne fosse stato bisogno – la fine di quel processo seppur lento di riduzione iniziato nel 1995, dopo che nel 1994 il debito-pil aveva toccato il record del 126%. I più semplicisti dicono: beh, se undici anni fa il debito pesava sul pil per quasi 18 punti in più di quanto sarà a fine 2006, pazienza per l’inversione di tendenza in negativo ma non vale la pena fasciarsi la testa. Peccato, però, che l’Italia si sia assunta l’impegno, firmando il patto di Maastricht, di ridurre il debito al 60% del pil in un tempo congruo (non si è mai messo nero su bianco quanto fosse, ma informalmente si era stabilito tra un minimo di uno e un massimo di due decenni), e che nel frattempo tra il 1992 e il 2004, tenendo conto anche dei proventi delle privatizzazioni, si sia “spesa” l’astronomica cifra di 800 miliardi di euro in moneta rivalutata per cancellare la parte eccedente il 60% di debito-pil (720 miliardi a fine 2005), trovandoci ora lontani di ben 48 punti percentuali da quell’obiettivo. Ora, se si considera che in questo scenario drammatico, l’unica nostra fortuna sono stati proprio gli interessi stracciati – ciononostante nel 2005 abbiamo pagato interessi sul debito per più di 70 miliardi di euro (cioè 5 punti di pil) – e che ora i tassi stanno aumentando, si capisce perché Padoa Schioppa, pur senza pronunciare la fatidica parola default, si assuma la responsabilità di rappresentare la cruda verità delle cifre. Un grido d’allarme che condivido e che vale la pena di rilanciare ad alta voce nell’assordante rumore di fondo di uno scontro politico che tende ad attribuire sempre a chi sta al governo l’infame intenzione di “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. Ma c’è un secondo motivo per cui “stiamo peggio del ‘92”: perché in questi anni una politica assolutamente bipartisan nell’essere miope e sprecona si è distinta nell’irresponsabile moltiplicazione delle spese. L’esempio più calzante è quello del “federalismo all’italiana”, che sarebbe più corretto chiamare localismo. Esso non solo ha moltiplicato i livelli decisionali, quindi la burocrazia e i diritti di veto – producendo inefficienza – ma anche e soprattutto i livelli di spesa, con un effetto che oggi è sotto gli occhi di tutti: sei Regioni (Liguria, Campania, Lazio, Abruzzo, Molise, Sicilia) hanno sforato i “tetti” della sanità – secondo uno studio Crediop-Dexia i debiti sanitari sommersi, cioè i ritardi nei pagamenti ai fornitori delle Asl, si aggirano sui 17 miliardi – e delle uscite correnti. Le quali sono cresciute nell’ultimo triennio del 4%, mentre le entrate sono salite del 3% e gli interessi passivi sono aumentati del 2%.
Dunque, è allarmismo, quello di Padoa Schioppa? No, e comunque ben venga se serve a dare una scossa al Paese e ad aiutare il governo a compiere le tanto citate ma mai praticate scelte strutturali. Perché il ministro ha capito benissimo che bisogna lasciarsi definitivamente alle spalle le promesse elettorali e che per le inevitabili mediazioni politiche di Prodi dentro una maggioranza così composita – in cui le componenti massimaliste sono determinanti – c’è bisogno di chi fa la parte del “cattivo”. E pazienza se bisognerà attendere la Finanziaria, rispetto alla più immediata manovra correttiva, per il taglio del cuneo fiscale. Anche perchè sarà bene che, nel frattempo, il governo chiarisca al proprio interno e con le parti sociali quali sono le priorità e gli strumenti per perseguirle. Padoa Schioppa ha già scelto: crescita al 2% e risanamento, usando per l’una e per l’altro solo “interventi selettivi” e “misure strutturali”. E senza avere paura di andare controcorrente, come quando si associa a Tremonti nell’evocare un sano colbertismo. Lui le sue responsabilità se le è assunte. Gli altri?

pubblicato sul Messaggero del 15 giugno 2006

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