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Confindustria rimane super partes

Mieli vota ma non per Montezemolo

Il direttore si schiera non per ordine degli azionisti ma per prepararsi alla politica

di Enrico Cisnetto - 10 marzo 2006

Sbaglierebbe due volte chi fosse indotto a sovrapporre il giudizio preoccupato di Luca Montezemolo sul declino italiano, che ha suscitato le ire di Silvio Berlusconi, e l’endorsement a Romano Prodi di Paolo Mieli. Primo, perché la presa di posizione del presidente della Confindustria non è affatto un’apertura di credito al centro-sinistra. E secondo, perchè il fondo del direttore del Corriere della Sera ha con evidenza altri scopi rispetto a quelli espliciti. Ma andiamo con ordine.

Sarà pur vero, come si dice, che il Cavaliere è fatto così e che pretendere da lui comportamenti “politici” è come aspettarsi che sappia governare, ma ho proprio l’impressione che questa volta l’aver attribuito Montezemolo al centro-sinistra sia un errore che un impolitico ma pur sempre grande rabdomante del marketing come lui non avrebbe dovuto commettere. Perchè il risultato non sarà spaccare la Confindustria, aprendo le porte ad una improbabile fronda interna, bensì quello di perdere per strada un ulteriore interlocutore del sistema degli interessi. E’ lo stesso errore che il premier ha commesso con Cisl e Uil nel corso della legislatura, quando prima ha convinto Pezzotta e Angeletti a rompere con la Cgil pur di firmare il “patto per l’Italia” e poi li ha clamorosamente mollati come da classico “armiamoci e partite”. Ma il ripetere questa volta è “diabolico”, se si considera che gli imprenditori sono la base sociale del centro-destra, e di Forza Italia in particolare, e che siamo alla vigilia delle elezioni. E credere che conquisterà il voto dei piccoli industriali e delle partite Iva mandando a quel paese il blasonato presidente di Fiat e Ferrari, vuol dire non aver capito le dinamiche che presiedono la formazione del consenso dentro Confindustria e non aver imparato nulla dall’eclissi (totale) dalla scena di Antonio D’Amato.

E poi c’è un’altra considerazione, non meno importante, da fare. Se fosse vero, come il Cavaliere accredita, che Montezemolo ha in testa un disegno politico per sé, allora a tutto avrebbe interesse meno che a prendere posizione per qualunque delle parti in gara il 9 aprile. Perché un’eventuale “discesa in campo” del presidente della Confindustria – peraltro improbabile, altrimenti avrebbe scelto la strada della terza forza a queste elezioni – non può che prefigurare l’uscita di scena tanto di Berlusconi come di Prodi. E allora, perchè dovrebbe farsi paladino di uno dei due? D’altra parte, tanto l’analisi confindustriale sul declino e la crescita zero, quanto il giudizio – totalmente condivisibile – sulla campagna elettorale “più lunga e più brutta dal dopoguerra” non vanno nella direzione della condanna del centro-destra e dell’assoluzione del centro-sinistra, ma in quella di un concorso di colpa con equa distribuzione delle responsabilità. Basterebbe leggere il fondo di Luca Ricolfi, uscito ieri mattina sulla Stampa, sulle “due sinistre” in gara, che sarebbe meglio sintetizzare come i due “partiti conservatori” che bloccano l’Italia, per capire che Confindustria non ha per nulla l’interesse a sponsorizzare una delle due coalizioni che formano il nostro sgangherato bipolarismo. E non per istituzionale equidistanza – che si riserva per i documenti ufficiali – né per calcolo da “potere forte” che preferisce la politica debole, che sarebbe una scelta masochista. Ma semplicemente perchè è maturata negli imprenditori italiani la consapevolezza che è questo sistema politico a non funzionare e che è ad esso, nel suo complesso, che occorre mettere mano.

Dunque, non regge la tesi che l’uscita di Mieli vada attribuita (anche) a Montezemolo. A me sembra, infatti, che siano altre le logiche di quel fondo – la cui unica irritualità, sia detto per inciso, sta nella sua tempistica – la più importante e intelligibile delle quali è ricavabile dal nome che manca nell’elenco dei leader del centro-sinistra indicati come affidabili: Massimo D’Alema. Rileggendo Mieli, si potrebbe sintetizzare con “vinca il centro-sinistra, perdano Berlusconi e D’Alema”. E non è difficile capirne il motivo: basta vedere la motivazione con cui Bertinotti passa l’esame Corriere: per aver “impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie ed editoriali del 2005”. Insomma, il presidente dei Ds è un nemico perchè stava con i “furbetti” che volevano mettere le mani sulla Rcs. In più non bisogna dimenticare che Mieli suggerisce a chi opta per il centro-destra di votare Casini o Fini. Dunque ciò che conta non è tanto chi vince, ma il regolamento di conti interno alle due coalizioni. Ma, attenzione, sarebbe un errore fare l’equazione “Montezemolo capo dei poteri forti azionisti del Corriere = mandante di Mieli”. Certo, nella difesa della Rcs come nella partita Bankitalia i due hanno militato nella stessa squadra, ma questo passaggio politico appare del tutto “mielista”. Nel senso che è evidente il ruolo che il direttore del Corriere sta svolgendo e intende svolgere: quello del “nuovo” (e moderno) Cuccia, che sta al crocevia dell’intersecazione dei diversi poteri (finanza, media, politica) e se ne fa arbitro e burattinaio. E’ una partita tutta sua, che grazie all’autorevolezza e al senso politico (che tutti, o quasi, i suoi azionisti non hanno) di cui dispone può giocare anche in assenza di un mandato esplicito. Sarà un protagonista assoluto del riassetto che il sistema politico e il capitalismo nostrano dovranno necessariamente darsi. Ma la strada per quell’obiettivo è ancora molto, molto lunga.

Pubblicato sul Foglio del 10 marzo 2006

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