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Sul fronte povertà non basta la solidarietà

Microcredito, un mondo a più anime

Una solidarista, l’altra affaristica. Ma contro la fame vincono i “cattivi capitalisti”

di Enrico Cisnetto - 09 luglio 2008

Fenomeno interessante, quello del microcredito, tanto che uno studio commissionato da Deutsche Bank stima a livello globale un potenziale per questo settore di un miliardo di clienti, contro i 100 milioni attuali. Lo stesso studio prevede che da qui al 2015 il sistema avrà decuplicato le sue dimensioni anche a livello di volume di prestiti (da 250 milioni a 25 miliardi di dollari). Detto questo, bisogna ricordare che si tratta di un mondo molto composito, in cui convivono diverse anime: dai più solidaristi – come il fondatore del movimento, Muhammed Yunus – a una parte più “affaristica”, che fa capo ad un altro personaggio simbolo del microcredito, la brasiliana Maria Otero, e che punta a portare in borsa le varie realtà del microcredito, come nei casi della messicana Banca Compartamos o della keniota Equity Bank.

Da una parte, insomma, chi teme “troppo mercato”, dall’altra al contrario chi chiede “più mercato”. Un bel dilemma, dunque, che ha a che fare col concetto stesso di globalizzazione: fonte di tutti i mali o unica possibilità di far uscire sempre più popolazioni dalla morsa della povertà? Quello che è certo è che per adesso, sul fronte della povertà, ha fatto di più il capitalismo duro e puro rispetto alle tante e pur meritevoli iniziative di solidarietà e di capitalismo ben temperato.

Per esempio nel caso dell’Africa, al centro in questi giorni del G8 giapponese, la spinta maggiore contro la povertà è arrivata dall’interesse – puramente economico, ma che importa – di Pechino. La Cina, infatti, da anni ha scelto l’Africa come suo continente di riferimento. In cambio di materie prime, prodotti agricoli e manodopera a basso costo, ha aperto linee di credito illimitate verso diversi paesi africani. Alcuni stati come lo Zimbabwe hanno ormai rinunciato agli aiuti “pelosi” del Fondo Monetario, scegliendo invece i crediti cinesi. La Banca centrale di Pechino ha poi realmente azzerato il debito di molti paesi africani (altro che le promesse di molti paesi occidentali).

Insomma, ben venga il microcredito, soprattutto se servirà a creare una cultura imprenditoriale dove questa assolutamente latita. Ma sui grandi numeri, temo che i “cattivi capitalisti” saranno più utili contro la fame di quanto non lo siano i buoni “banchieri dei poveri”. Con buona pace del nostro amico Yunus.

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