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Per non ballare il sirtaki, bisogna muoversi

Mettiamo mano alle riforme strutturali

Anche noi abbiamo una vasta spesa pubblica improduttiva. Aspettare ancora sarebbe deleterio

di Davide Giacalone - 30 aprile 2010

La distanza fra la realtà e la sua rappresentazione è, qualche volta, inquietante. Così come anche quella fra il livello dei problemi e la loro trasposizione nella discussione politica. Tutti hanno riportato la notizia del declassamento spagnolo, operato da Standard & Poor’s, ma ci si è dimenticati di aggiungere che pur declassata, la Spagna, è considerata più affidabile dell’Italia.

Per carità, proprio qui, ieri, sollevavo dubbi su l’affidabilità di tali giudizi, elaborati da agenzie di rating prive di mandato e, spesso, credibilità, ma se tutte e tre le grandi ci mettono sotto la Spagna è segno che questo tema dovrebbe imporsi alla discussione pubblica. Invece parliamo di scontri personali, di cui è evidente lo spessore ma sfugge il contenuto concreto. Si discetta per stabilire chi è interlocutore di chi altro, ma non di quello che si dovrebbero dire.

La Grecia va in bancarotta con un debito pubblico pari al 115,1% del prodotto interno. Ma il nostro arriva al 115,8, ed è il più alto del mondo sviluppato, se si esclude il Giappone. I greci hanno imbrogliato i conti a manetta, hanno tollerato una vasta evasione fiscale e pompato alla grande la spesa pubblica clientelare. Quello che li ammazza, però, non è il debito bensì l’assenza di sviluppo, quindi la certezza che non potranno pagarlo.

Noi italiani abbiamo fasciato molte nostre ferite, ma sotto la garza frigge l’infezione. Anche noi abbiamo una vasta spesa pubblica improduttiva e una diffusa evasione fiscale, meno dei greci, certo, ma più degli altri europei, e anche noi cresciamo troppo poco, sia rispetto al debito che rispetto al tenore di vita.

I greci non sono stati salvati in virtù della solidarietà fra europei, ma per evitare che un alpinista incapace trascinasse nel vuoto tutta la cordata. I tedeschi hanno cambiato posizione non perché si sono commossi, ma perché hanno misurato l’esposizione delle proprie banche, quindi il minor costo (lo scrivevamo ieri) del salvataggio rispetto all’abbandono. Tutto questo, che già non è un bello spettacolo, può esistere fin quando gli scalatori con la vasellina alle mani sono leggeri.

Quando dovesse scivolare uno grosso state certi che tagliano la corda. E noi siamo grossi (il debito pubblico greco è pari a 273 miliardi, il nostro arriva a 1.761). Nella nostra grandezza, abbiamo punti di forza, che non vanno dimenticati. Ad esempio: in Grecia il debito pubblico è pari al 220% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, in Irlanda è al 129, in Spagna al 75, dal noi al 68.

Per intenderci: in Francia è al 65 e la Germania al 61. Siamo fra quelli solidi, insomma, fra gli alpinisti con piccozze aguzze e moschettoni ben piantati in parete. Solo che gli scarponi sono due: quello dei privati, delle famiglie, è chiodato ed a prova di ghiacciaio, quello pubblico, dello Stato, è una pantofola sfondata.

Succede questo: mentre i capi cordata, i paesi europei meglio messi, avanzano con trattenuto dinamismo, e mentre da valle salgono su i Paesi di nuova industrializzazione, con la disinvoltura dei free climber, noi che ne restiamo bloccati, per non scassare la pantofola, con le mani rattrappite ad arpioni. Presto o tardi, ci superano dal basso e c’impiccano dall’alto.

Bisogna muoversi. Il che significa mettere mano alle riforme strutturali che liberino il mercato, premino lavoratori e investitori e puniscano le rendite di posizione. Nel caso delle professioni, per dirne una, stiamo facendo l’esatto contrario. Nel caso della disciplina del lavoro era stato introdotto un arbitrato che era un brodino leggero, salvo poi annacquarlo e, ora, in Parlamento, farlo oggetto di minzione.

Muoversi significa tagliare in modo selettivo la spesa pubblica e accumulare risorse per investimenti, anche utilizzando il patrimonio pubblico, laddove, invece, questo tema è relegato a oggetto di mera riflessione. Significa avere la forza ed il coraggio di abbandonare impalcature istituzionali ideate per un mondo che andava a cavallo e usava i piccioni viaggiatori. Tutto questo, in una concitata immobilità, fatta di centinaia di cambiamenti che non innescano una svolta, che sono percepiti più come caos che come movimento, ci porta a non valorizzare i nostri punti di forza, limitandoci a governare la forza di lobbies e corporazioni.

Se ci aspettano tre anni così, meglio iscriversi subito ad una scuola di ballo, specializzata in sirtaki, facendo spuntini a base di feta. Così, tanto per prendere il ritmo e farci la bocca.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario