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Annunciato per giovedì il rialzo dei tassi

Mettiamo il patrimonio in una Spa

Per ridurre subito il debito serve una terapia shock. Che questi politici non approveranno

di Gianfranco Polillo - 30 novembre 2005

Dunque giovedì, come comunicato al Parlamento europeo, la Banca centrale europea aumenterà i tassi di interesse. All’inizio l’incremento sarà piccolo e isolato. Ma il futuro è incerto poiché nessuno è in grado di dire cosa succederà nei mesi successivi. Le previsioni, peraltro, sono tutt’altro che rassicuranti. Lo dice la Banca d’Italia nel suo ultimo bollettino. Che registra un primo aumento dal 3,1 – il livello minimo dalla nascita dell’euro – al 3,6 per cento, per i tassi a lungo. Mentre per quelli a breve le previsioni indicano una crescita, per il 2006, di 1 punto in termini reali. Stessa preoccupazione aveva espresso L’Economist in uno dei suoi editoriali di qualche settimana fa. Dove ammoniva: “Le Banche centrali non possono ignorare le più recenti vampate inflazionistiche”. In effetti il fronte dei prezzi è in movimento. Sebbene il fenomeno sia esorcizzato nelle previsioni ufficiali, il suo tasso di crescita, per i paesi del G7, è pari in media al 3,2 per cento: il più alto degli ultimi 13 anni. Colpa del prezzo del petrolio, che aumenta spinto dalla maggiore domanda di una brillante congiuntura.

Per il 2006 le previsioni non sono peggiori. Lo sviluppo dell’economia mondiale dovrebbe trovare conforto nelle new entries. Alla locomotiva americana dovrebbe agganciarsi il convoglio europeo – in misura minore l’Italia – e quello giapponese, dopo la lunga stagnazione di questi ultimi 15 anni. Quali ne saranno le conseguenze? La commissione UE, incrociando le dita per scaramanzia, indica, nel suo scenario più pessimista, un aumento del prezzo del petrolio fino ad 80 dollari il barile. Se così fosse, l’impatto sulla dinamica inflazionistica sarebbe immediato e conseguente il suo riflesso sulla struttura dei tassi di interesse. Basterebbero queste considerazioni per mettere in dubbio la parola di Trichet. Ma c’è dell’altro. Finora i più bassi d’interesse della storia di questo dopoguerra sono stati prodotti dall’eccedenza del risparmio sull’investimento. Durerà? Le previsioni alimentano più di un dubbio. La ripresa del 2006 sarà essenzialmente trainata dagli investimenti, visto il cuore freddo dei consumatori. Aumenterà pertanto la domanda di finanziamenti rispetto all’offerta di risparmio, spostando verso l’alto l’asticella dei tassi di interessi. Fattori congiunturali e fattori strutturali convergono, quindi, verso un unico obiettivo, le cui conseguenze per l’Italia non possono essere sottovalutate.

Il problema dei problemi resta quello del debito accumulato. Non siamo riusciti a ridurlo significativamente in un periodo estremamente favorevole. Figuriamoci nella nuova prospettiva. Per avere un’idea degli scarsi successi conseguiti si guardi al Belgio. Nel 2001 il suo debito era pari al 108,3 per cento del PIL, contro il 110.9 italiano. Al 2007 il primo sarà sceso all’88,1 per cento. Il secondo al 107.9. Venti punti di caduta contro tre. E’ evidente che qualcosa non funziona nella strategia finora seguita dall’Italia. Che fare, quindi? La prima cosa è abbandonare il gradualismo: non funziona. Occorrerebbe, invece, una terapia shock, inevitabilmente basata su misure eccezionali.

Gran parte del debito italiano è la conseguenza dello statalismo degli anni ’70 ed ’80. In quegli anni si è comprato di tutto: principalmente aziende ed immobili. Poi ci sono i crediti, i canoni demaniali, i pedaggi non riscossi per tante strade di interesse generale e così via. Infine le infrastrutture realizzate. Da questo punto di vista lo Stato italiano somiglia a quei nobili decaduti, contornati da mille rami cadetti. Ciascuno dei quali amministra la sua porzione di eredità, con una capacità gestionale ridotta e senza possibilità di arbitraggi. Chi ha detto che i ministeri romani debbano occupare palazzi di pregio nel centro di Roma? O che tante associazioni culturali o pseudo disporre gratis della relativa dimora? O che le fondazioni bancarie staccare le cedole del loro ricco portafoglio in titoli? Si ricomponga quindi la proprietà nelle mani di un unico soggetto. Si costituisca per legge una società per azioni a cui devolvere il complesso del patrimonio. Per poi cedere ai privati quote del suo capitale ed utilizzare il ricavato per abbattere il debito.

Si può discutere di quanto debba essere il suo valore iniziale. Studi in proposito parlano di una cifra oscillante tra i 250 ed i 430 miliardi di euro. A regime – una volta collocate presso i privati le relative azioni – il debito cadrebbe di botto, emulando in pochi anni l’esempio del Belgio. Allo Stato rimarrebbe comunque un diritto di prelazione nel caso di vendita finale degli assets. E l’obbligo di corrispondere, fino a quella data, un canone di locazione. E’ realistico tutto questo? Le obiezioni sono soprattutto di tipo politico. Occorrerebbe una classe dirigente all’altezza di una situazione d’emergenza. Ipotesi poco compatibile con l’attuale quadro elettorale. Ma che non sia proprio questo il tappo da far saltare?

Pubblicato sul Riformista del 28 novembre 2005

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