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Elezioni francesi

Menu triste

L'offerta politica d'oltralpe è drammaticamente povera. Come quella italiana

di Davide Giacalone - 21 aprile 2012

Il menu politico che si offre ai francesi è drammaticamente povero. Come anche quello che attende gli italiani. Poco e nulla parla al futuro, quasi niente che sappia presentare ricette per il presente, in compenso ciascuno racconta la propria idea della Francia passata. Non è diverso in Italia. La politica europea fornisce solo pesce dell’anno scorso, neanche tenuto in congelamento. Nicolas Sarkozy incarna la pessima scelta di aver voluto alimentare l’asse con il governo tedesco di Angela Merkel, nel momento in cui questo rispondeva esclusivamente agli interessi germanici e a un’idea d’Europa che, se non viene rottamata, scasserà prima l’euro e poi l’Unione. François Hollande incarna l’illusione che il mondo possa ridursi da globale a continentale, talché la potenza atomica francese consenta ai suoi cittadini di lavorare meno e andare in pensione prima, senza con ciò impoverirsi e declassarsi. Alla sinistra di Holland cresce Jean-Luc Mélenchon, che fa il socialista alleato dei comunisti, con vocazione ecologista, riuscendo a parlare ad un elettorato cui piace illudersi ed essere illuso, tal quale quelli che vanno dalle chiromanti sapendo benissimo d’essere presi per le chiappe. Alla destra di Sarkozy c’è Marine Le Pen, che agita la xenofobia dell’Europa che ha paura del mondo perché ha paura di sé stessa, riuscendo a mettere in evidenza un dato raccapricciante: si trova in testa ai sondaggi, se si vanno a consultare i più giovani. Al centro che François Bayrou, che la volta scorsa era stato la rivelazione e la speranza della ragionevolezza contro la propaganda un tanto al chilo, mentre a questo giro è la riproduzione di quel che fu, senza possibilità di arrivare all’Eliseo. Accanto a loro altri candidati minori, utili solo a dimostrare che chi sostiene che il sistema francese sia bipolare dice bischerate a due a due finché non fanno dispari.

Ecco, fra questa roba i francesi dovranno scegliere, senza neanche potersi adagiare sul gigioneggiare di Oscar Wilde che, contraddicendo un antico adagio, sosteneva: fra due mali, non ne scelgo nessuno. Essendo italiano e non dovendo votare, esprimo la mia preferenza per Hollande: un socialista latino dalle idee confuse che, però, ha il pregio di volere far saltare il Fiscal Compact europeo, quel trattato che ridurrebbe l’Europa ad essere una landa parametrata e parametrale, priva di cervello e ingabbiata in una rigidezza che non ha nulla del rigore teutonico, ma che è funzionale alla campagna elettorale della signora Merkel. Da europeo ed europeista mi auguro che Sarkozy perda, e che dopo di lui perda Merkel. L’accoppiata del duo Sarkel, la torta avvelenata, capace d’inceppare un processo d’integrazione che, faticosamente, avanza dalla fine della seconda guerra mondiale fino a quasi oggi (fino all’estate scorsa, per la precisione). Se faranno questo piacere all’Europa i francesi si beccheranno un presidente debolissimo, che provvederanno ad azzoppare ulteriormente alle prossime legislative. Se si terranno l’attuale avranno firmato la loro sudditanza alla Germania. Sottomissione che non porterà loro alcuna difesa dalla crisi dei debiti sovrani, come le voci circolate ieri, su un imminente declassamento del debito francese, confermano. Anche in Francia, quindi, lo spread ha voluto fare il suo comizio finale, restando da stabilire se la sua sfiducia va riferita a chi esce o a chi entra (o rientra) all’Eliseo. Come resta da stabilire il rapporto fra democrazia e spread, quindi fra costruzione del consenso e influenza di chi può determinare l’andamento dei mercati. Un tema che dovrebbe riguardarci tutti, qui in Europa, ma per affrontare il quale è necessario prima evitare di usare lo spread gli uni contro gli altri, all’interno di un Paese, poi di usarlo gli uni contro gli altri, all’interno dell’Unione. E’ necessaria intelligenza, insomma, che attualmente scarseggia. Ed è necessaria politica, idee politiche, che oggi latitano. Campano di ricordi, o si affidano alla tecnica, che è come farsi curare dal becchino.

Un menu che prevede solo piatti unici, imponendo di scegliere fra abboffata di prugne cotte e tuffo nei quadrucci in brodo di pollo allevato, non è destinato a suscitare l’entusiasmo degli astanti, restituendo un’idea non incoraggiante dell’attuale culinaria europea. Ma la politica non muore mai, sicché dopo questa tornata triste risorgerà la necessità di pensare in modo diverso. La scelta che tocca ai francesi non è un granché, ma, se può servire loro da consolazione, almeno possono scegliere, sapendo che chi vincerà governerà. Dalle nostre parti, manco questo.

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