ultimora
Public Policy

È l’Europa a voler tagliare le pensioni italiane?

Meno male che Giulio c’è

Ma un super Ministro factotum-parafulmini può non bastare

di Elio Di Caprio - 04 luglio 2011

Giulio Tremonti rischia di essere il personaggio più drammatico o melodrammatico di questa legislatura che sembra sempre più appesa a un filo. Nel gioco delle parti che tiene assieme i cocci di una maggioranza debole al di là dei numeri raccattati con la fiducia, al nostro Ministro dell’Economia compete il ruolo del mastino dei conti pubblici, di parafulmine e insieme di castigamatti, di colui che bene o male tiene la barra contro i continui assalti di famelici questuanti, può persino permettersi il lusso di dire e insieme di nascondere, di fare intravvedere e poi correggere per non irritare oltre misura le categorie, ormai nessuna è esclusa, che saranno toccate dalla mannaia finanziaria di risanamento dei conti.

Tocca poi al Presidente del Consiglio fare la sua parte, fluttuare tra pretenziosi ottimismi di maniera e rassegnate prese d’atto che i sogni muoiono all’alba se gli euro disponibili nel bilancio dello Stato servono più a contenere e a pagare i debiti che a promettere nuovi miracoli economici. Annunci, proteste, aggiustamenti dell’ultima ora, dilazioni dei tempi per far digerire le misure più dure, ritirate tattiche per riproporre magari più tardi le misure più impopolari: è lo scenario già in atto e che si prolungherà per i prossimi anni proprio quando sarebbe più che necessaria una guida (carismatica?)convinta e coesa, minimamente esemplare per far accettare una ripartizione equa dei sacrifici.

Agitarsi nella gabbia comune del debito pubblico che va comunque governato da destra o da sinistra, al di là di ogni prurito secessionista della Lega, serve solo alle battaglie di facciata e alle reciproche rimostranze sugli interessi che verrebbero colpiti o protetti. Il Parlamento può pure occuparsi a tempo pieno (e perso) delle telefonate di Ruby o dei processi brevi e brevissimi, ma non è che rimettendo al centro del dibattito pubblico i veri problemi italiani, dalla disoccupazione alla (de)crescita economica, si trova la ricetta magica che escluda i sacrifici. Tanto è vero che alla fine vale di più ciò che l’Europa ha deciso, al di sopra dei parlamenti e dei governi, per arrivare entro il 2014 al pareggio dei bilanci nazionali ed i governi hanno tutto l’interesse a nascondersi dietro i voleri di un’autorità sovranazionale.

Del resto non siamo stati proprio noi italiani fino a ieri tra i più convinti europeisti nonostante gli sconquassi da euro? Agli Stati compete solo l’obbligo di adeguarsi alle decisioni comunitarie, di distribuire all’interno i costi della manovra, all’Italia di farsene comunque carico in questa e nella prossima legislatura.

Tocca a Giulio Tremonti (chi potrebbe avere in questo momento in Italia una credibilità internazionale maggiore al di fuori di Mario Draghi?) governare questa difficile fase economica con poteri quasi autocratici che nessuno mette in discussione, nemmeno l’opposizione che fino a ieri sbraitava contro i tagli della legge finanziaria che soffocano una ripresa possibile ed ora paradossalmente lamenta il contrario, che non vengano accelerati gli ulteriori tagli della spesa pubblica che l’UE ci richiede.

Fuori dalla propaganda viene rivalutato persino l’operato del duo Prodi-Padoa Schioppa che nei due anni di governo della passata legislatura era stato martellato e martoriato dagli avversari proprio per un’attenzione che allora si pensava spropositata e poi rivelatasi saggia alla tenuta dei conti pubblici.

Con Tremonti di nuovo al governo da tre anni non si parla più ( forse non ci sono mai stati) di tesoretti in euro da impiegare, ma rimbalzano polemiche analoghe, troppe restrizioni e tagli e nessuna prospettiva di sviluppo che almeno attenui il problema dei problemi, quello della disoccupazione giovanile arrivata al 29%.

La grande differenza tra i due periodi è che nel frattempo la situazione si è aggravata per l’intervenuta crisi finanziaria internazionale i cui effetti non possono certo essere esorcizzati dall’ottimismo di maniera elargito negli ultimi anni dal nostro Presidente del Consiglio.

Se non siamo nel baratro sembra che il merito vada dato alle continue docce fredde del nostro inespugnabile Ministro dell’Economia a cui Silvio Berlusconi fa finta di ribellarsi ben sapendo che l’unico “tesoretto” di cui il Governo dispone è proprio lui, il Ministro Tremonti, che se non altro compensa a livello internazionale l’immagine deteriorata dell’Italia berlusconiana, tiene buoni tutti, ammicca persino alla Lega antieuropea e antiimmigrati fino a dichiarare di condividerne ( a parole) i timori per una fantomatica invasione di Ali Baba e i 40 ladroni nelle nostre città arabizzate.

Ma il gioco delle parti, il balletto degli annunci e delle rimostranze non può nascondere l’interrogativo fondamentale: cosa avrebbe potuto fare di diverso (o di meglio) un governo di sinistra al posto di Tremonti di fronte alla crisi finanziaria internazionale e cosa farebbe o farà tra due anni se dovesse ridiventare maggioranza di governo? Saremo più lontani o più vicini alla Grecia? Del resto le formule per far digerire i sacrifici necessari sono e saranno più o meno le stesse: il debito pubblico è quello che è e solo riuscendo a debellare l’evasione fiscale riusciremo a rimettere in equilibrio i conti pubblici.

Ma poi ammettendo candidamente che l’evasione fiscale annua riguarda un imponibile di circa 300 miliardi di euro come si può pretendere che gli altri Paesi abbiano fiducia nel nostro risanamento? Neppure il nuovo mantra dei costi della politica che andrebbero drasticamente ridotti- misura necessaria per ragioni morali più che finanziarie- riuscirà a tirarci fuori dai guai.

La verità che non si vuol dire perché contraddirebbe la favola di un governo che “ non mette le mani nelle tasche degli italiani” è che la manovra da “lacrime e sangue” da 47 miliardi di euro in tre anni ( di importo più o meno simile a quella Amato del’92) potrà non essere risolutiva se l’economia non crescerà. Le ragioni e gli orpelli per farla accettare da un’opinione pubblica ormai disincantata sono quelli noti, in più viene ora paradossalmente presentata come una necessaria misura di adeguamento da post-globalizzazione proprio dallo stesso Ministro Tremonti che per anni ha messo in guardia contro i mali della globalizzazione, i suoi effetti perversi e le sue conseguenze sociali di disuguaglianza e di impoverimento generale...

Meno male dunque che Tremonti c’è anche se costretto a barcamenarsi e a contraddirsi se non altro per rintuzzare i tanti attacchi veri o inventati della stampa amica e nemica. Ma bastano le sue rassicurazioni che tutto va bene e che stiamo seriamente risanando i conti con l’ultima galoppata rimandata alla prossima legislatura? Qualche dubbio viene spontaneo se solo consideriamo l’ammontare del debito pubblico consolidato.

Silvio Berlusconi, spalleggiato da Tremonti, si è sempre vantato ( merito della politica delle pacche sulle spalle?) di aver fatto digerire agli altri partners europei un parametro di calcolo del debito a noi più favorevole, sommando al pubblico quello privato che, per quanto riguarda l’Italia, è molto inferiore alla media europea. Ma il basso debito privato non elimina in sé il rischio che il debito pubblico possa contagiare da solo la stabilità finanziaria se dovessero aumentare considerevolmente i tassi di interesse del debito per mancanza di fiducia dei mercati internazionali. Le agenzie di rating ce lo hanno fatto apertamente capire. Cosa succederà dunque se la manovra da 47 miliardi di euro, ammesso che vada avanti senza intoppi, non basterà a raddrizzare conti e fiducia? Probabilmente ne verrebbero travolti insieme berlusconismo e “tremontismo”, ma questo è il meno.

L’appuntamento vero è rimandato alla prossima legislatura, con o senza Tremonti, con o senza l’euro e con un PIL che non avanza. Continueremo allora ancora a discutere di rigore senza sviluppo, di tagli lineari alla spesa pubblica, di riforma fiscale e magari di una fantomatica tassa patrimoniale per i ricchi o per i poveri?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario