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Una strada per ripartire

Meno Debito, meno tasse, più crescita: chimera o reale opportunità ?

Rinunciare agli interessi sulle obbligazioni in cambio di sgravi fiscali

di Simonpietro Di Pierro - 23 dicembre 2011

Le manovre di bilancio basano la loro filosofia, e non solo in Italia, su cocktail di aumenti di entrate e tagli di spesa pubblica, miranti alla riduzione dei deficit correnti e al raggiungimento di obiettivi ambiziosi quali gli avanzi di bilancio capaci di ridurre il debito pubblico. C’è, a mio avviso, un’altra via per affrontare il problema, che consiste nell’aggredire direttamente il debito attraverso la sua “rottamazione”. Mi spiego meglio. Attraverso un piano di adesioni su base assolutamente volontaria indirizzato ai cittadini e ai residenti possessori di titoli del debito pubblico, vorrei che lo Stato ci proponesse di restituire parte del nostro credito, annullandolo (rottamandolo), in cambio di cospicue agevolazioni fiscali.

In quale modo? Ad esempio, un cittadino che decide di aderire al piano di “rottamazione” rinuncia e cancella dal suo conto titoli a favore dello Stato tutto o in parte il valore nominale dei BOT, CCT, BTP, in suo possesso in cambio di deduzioni dall’IRPEF. Più precisamente: per ogni 1000 euro di tranche di debito restituite in via definitiva allo Stato, l’Agenzie delle Entrate concede 300 euro di deduzione IRPEF, per cinque anni, pari a 1500 euro. Si dirà: e per quale motivo un cittadino dovrebbe aderire avendo già in mano obbligazioni che, soprattutto in questo momento, garantiscono interessi sostanziosi?

Perché è come se investisse mille euro con un rendimento del 50% su cinque anni, pari al 10% annualizzato, consegnando titoli che oggi rendono circa il 4% netto, moltiplicando quindi per due volte e mezzo il rendimento. Una bella convenienza, direi. Sono ottimista di natura e pronosticherei un bel successo. Quindi porrei un tetto massimo alla manovra, diciamo 200 miliardi di euro in adesione equivalente. Posso già prevenire altri scettici e la fatidica domanda: e perché lo Stato dovrebbe fare una cosa del genere? Ipotizziamo che si decida il varo della legge, stante l’attuale rapporto debito/pil al 119%: ebbene, l’anno successivo scenderebbe al 106%, tredici punti in meno (corrispondenti ai 200 miliardi). Lo Stato, di converso, rinuncerebbe a 60 miliardi di euro di IRPEF annui, un po’ meno del 30% delle entrate di questa imposta di oggi, e per cinque anni. Ma non pagherebbe più (e per sempre), 10 miliardi di interessi (5% dei 200 miliardi stralciati in conto capitale). I 60 miliardi di IRPEF che rimarrebbero alle famiglie, rientrerebbero nel circolo economico, e, secondo dottrina, produrrebbero crescita.

A questo punto potrebbero delinearsi diversi scenari. Partiamo dal più semplice. Le famiglie spendono i 60 miliardi in consumi. Lo Stato incassa il 21% di IVA sui consumi, ovvero 14 miliardi, per l’anno successivo e per i seguenti 5. I 60 miliardi incassati dai commercianti e dai datori di servizi aumenterrebbero i loro imponibili, diciamo tra il 25 ed il 40%, cioé tra i 15 ed i 24 miliardi, che genererebbero circa il 30% medio di nuova IRPEF o IRPEG. Non da ultimo, i 60 miliardi contribuirebbero direttamente all’incremento del PIL; il nuovo rapporto debito/PIL scenderebbe già dall’anno successivo al varo della legge di ulteriori 3-4 punti, cioé 102-103%.

Per riassumere: i detentori di titoli del debito stralciano in via definitiva 200 miliardi di valore nominale a favore dello Stato, aderendo volontariamente alla “rottamazione” di quella porzione di debito. In cambio lo Stato concede agli aderenti 30 miliardi di sgravi IRPEF netti, per cinque anni consecutivi – risultato di 10 miliardi di interessi da pagare in meno (per sempre); 14 miliardi di IVA sui nuovi consumi (per cinque anni); tra 5 e 8 miliardi di nuove entrate tributarie – cui se ne sommano altrettanti che sarebbero da finanziare con la riduzione della spesa pubblica, sopratutto a carico della Pubblica Amministrazione. Oppure attraverso misure concrete anti evasione come la tracciabilità di tutti i pagamenti/incassi degli autonomi (basta limitare il pagamento in contanti come già proposto), oppure la deducibilità (basterebbe il 5%) di ogni tipo di fattura emessa da liberi professionisti, in modo da trasformare i loro clienti in controllori indiretti. La discesa del rapporto debito/PIL di 16-17 punti in un solo anno darebbe a mio avviso un segnale fortissimo ai mercati finanziari, i quali potrebbero riconoscere all’Italia una sostenibilità accresciuta del debito, traducibile in un’ulteriore discesa dello spread con i Bund tedeschi, e piu’ in generale una discesa della spesa per interessi qui difficilmente valutabile. La credibilità dell’Italia e la serietà dei suoi cittadini che si impegnano in primis per la sostenibilità del loro debito, non potrebbero che essere da esempio per gli altri paesi UE, innescando un circolo virtuoso nelle rispettive economie, di cui beneficeremmo a nostra volta attraverso una maggiore crescita del mercato comunitario domestico. Il Governo che mettesse in pratica una simile politica virtuosa avrebbe il diritto di annunciare la contemporanea consistente diminuzione del debito, la riduzione delle imposte e il rilancio della crescita, accompagnato dall’obbligatorietà della riduzione della spesa pubblica. Inutile dire che si tratterebbe di risultati mai raggiunti che garantirebbero a quell’esecutivo non solo una buona tenuta, ma anche un consistente allargamento del bacino elettorale. La mia proposta è certamente perfettibile, e diversamente articolabile, ma resta al fatto che sarebbe attuabile in virtù della posizione ubiquitaria dello Stato italiano e della sua Pubblica Amministrazione, debitore dei suoi cittadini possessori delle cartelle del debito, ma allo stesso tempo creditore degli stessi quando questi sono imponibili sui loro redditi. Ricordo che la “sostenibilità” dello stock di debito pubblico ci é riconosciuta dal fatto che la stragrande maggioranza di esso, si stima circa l’80%, è in mano agli italiani stessi (contrariamente ai nostri vicini europei che non possono “vantare” tale posizione). La storia ci insegna che quando la dottrina e i dogmi tradizionali non portano più i loro frutti, come nel periodo che stiamo vivendo, l’innovazione ed il coraggio delle idee si impone per superarne le difficoltà.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario