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Nazifascismo e comunismo

Memoria e gemelli

E' sbagliato negare che gli stermini siano avvenuti solo nei campi nazisti

di Davide Giacalone - 01 febbraio 2012

La memoria è coscienza. Può essere dura, pesante. Può far male per l’orrore che non s’estingue e per l’errore non superato, perché non riconosciuto. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è commosso ricordando un proprio viaggio ad Auschwitz. Per quelle lacrime lo abbraccio. Innanzi a quel groppo m’inchino. Ce lo aveva detto Primo Levi: crepi e sia maledetto chi non saprà ricordare. Napolitano s’è giustamente scagliato contro il negazionismo, il negare quel che è stato.

Qui, però, le cose si fanno delicate. E dato che la memoria è coscienza, dato che l’orrore non si spegne, noi abbiamo il dovere di non ridurre tutto ad una celebrazione, talché il giorno della memoria giustifichi il successivo oblio: è negazione anche il volere far credere che il mostro visse solo in quei campi nazisti. Le allucinazioni sanguinarie furono due, nate da un disgustoso parto gemellare: il nazifascismo e il comunismo. I negazionisti pericolosi non sono quei quattro depravati che negano l’esistenza dei campi di sterminio. Io sono contrario a trattarli quali casi penali, credo l’Austria sbagli a procedere in quel senso. Vanno riconosciuti come imbecilli, non come criminali. I negazionisti pericolosi sono seduti in tante cattedre, sono venerati storici, sono politici mendaci, sono quanti credono che con la svastica s’esaurisca la loro prestazione di condanna. Non è così. Ed ha ragione Napolitano: negando c’è il pericolo del ritorno.

Provi, allora, a rendersi veramente utile, unisca il cervello al cuore, il coraggio alla commozione. I campi di lavoro, l’idea della prigionia quale inserimento nella moderna macchina produttiva, sfruttando l’uomo fin che sopraggiunga la morte, non è un’idea hitleriana e nazista, è un brevetto leninista e comunista. L’antisemitismo, la volontà d’annientamento di un popolo che si pensa diverso ed è vissuto come tramante da chi vuol mettere sul conto degli ebrei i fallimenti del proprio mondo, non è un’esclusiva nazionalsocialista, ha radici assai più antiche e propaggini contemporanee. C’è chi è stato sempre dalla parte del diritto all’esistenza d’Israele, e chi s’è trovato a parteggiare per quelle organizzazioni palestinesi che, ancora oggi, negano quel diritto. Ma anche per quei campi di sterminio le differenze non furono notevoli, e per sincerarsene basterà leggere Margarete Buber Neumann. Nei campi nazisti non si trovarono solo gli ebrei, destinatari della soluzione finale, ma tanti altri uomini e donne liberi, come altri bambini innocenti. Sono i fratelli di Aleksandr Solženicyn.

Il Gulag (“la” sta per “lager”) sovietico non fu in nulla diverso dai lager nazisti. Salvo che per i forni crematoi. Ma che ci facevi, con i forni, dopo avere mandato uomini a lavorare a mani nude, in quella tomba di ghiaccio che fu la Siberia? Quei due gemelli fetidi nascono da un padre che ritiene possibile creare “l’uomo nuovo” e da una madre che giustifica l’eliminazione di oppositori e diversi perché nemici del bene collettivo. Non si capirà mai nulla fin quando si pretenderà di raffigurare Hitler e Stalin come “cattivi”, consapevoli d’essere tali. Furono interpreti d’un’idea di bene. Ed è questa la trappola negazionista: se non parti dal bisogno di capire, se t’acquieti nella condanna celebrativa, il male torna, perché non lo conosci. Quando leggo che Peppino Caldarola è stato condannato, da un tribunale italiano, per avere duramente (a me pare ci sia andato leggerissimo) criticato una vignetta nella quale l’ebrea è raffigurata con il naso adunco, secondo l’iconografia razzista che rimane immutabile nelle menti inferiori, provo disgusto, ma anche paura. Celebrando, non siamo riusciti a dirci l’essenziale.

Abbraccio Napolitano e condivido le sue lacrime, ma credo che un vecchio comunista abbia il dovere di dire: noi comunisti italiani siamo stati tali in nome della libertà e dell’eguaglianza, molti di noi hanno vissuto per gli ideali, molti militanti si sono battuti con generosità, ma non siamo stati capaci, c’è mancato il coraggio di capire e riconoscere la radice del male, l’assolutismo che diviene sterminio, non abbiamo riconosciuto nelle zecche siberiane gli occhi dei non-uomini dei campi nazisti, non abbiamo sentito il grido di chi chiedeva libertà, illudendoci che si possa pagare un tale prezzo in nome del progresso, non abbiamo voluto vedere la polizia politica comunista di Budapest che prendeva posto nel medesimo luogo, usando i medesimi mezzi della Gestapo, non siamo bruciati assieme a Jan Palach, a Praga, abbiamo dissentito con debolezza incredibile, di cui ci vergogniamo, laddove avremmo dovuto essere coerenti con quelli che dicevamo essere i nostri ideali. Questo siamo stati. Non chiediamo perdono, perché quella è faccenda privata. Noi chiediamo a noi stessi di non essere negazionisti. E nel non negare ci riappropriamo della nostra dignità.

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