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L'editoriale di TerzaRepubblica

Meglio vivo che morto, ma ora....

Il governo deve fare le riforme, quelle vere. Lettera aperta al presidente Squinzi per la chiamata di imprenditori e lavoratori

31 agosto 2013

Se dopo il colpo al cerchio – l’Imu – arriverà anche il colpo alla botte – la richiesta del Senato alla Suprema Corte di chiarire la costituzionalità della legge Severino, per il tramite della quale Berlusconi potrebbe essere dichiarato “decaduto” – il governo Letta sarà salvo e la tanto necessaria stabilità politica assicurata. Bene, no? Se l’alternativa fosse la crisi, magari accompagnata dalle dimissioni di Napolitano, non c’è dubbio: meglio così. Ma l’alternativa avrebbe potuto, e potrebbe, essere ance qualcosa di meglio di questa deprimente sceneggiata. Prendiamo l’Imu: ci voleva mesi per arrivare ad un banale compromesso come quello di eliminare la tassa, per accontentare il Pdl, e poi rimetterla sotto altro nome? Non si era detto che questa sarebbe stata l’occasione giusta per ripensare l’intero sistema di tassazione? La grande coalizione, anche se forzata, serve per fare cose che le due coalizioni separatamente non sono state in grado di realizzare, non per trovare il minimo comun denominatore. Stessa cosa vale per il gioco di prestigio fatto sui precari. E, temiamo, non diversamente sarà per l’Iva: braccio di ferro tra Pdl e Pdl, e poi mediazione al ribasso.

Attenzione, però, di compromesso in compromesso, da un lato non si fanno le riforme strutturali che, invece, dovrebbero essere la cifra di un governo “indispensabile” come questo, e dall’altro si rischia un intervento a gamba tesa dell’Europa, che non si fida – e come darle torto – che la previsione di restare sotto la linea del 3% di deficit-pil sia basata su numeri a caso, come per esempio sul recupero dell’evasione fiscale. Il rischio è quello di un commissariamento, altro che luce in fondo al tunnel e aggancio della ripresina europea. Per questo, noi che non abbiamo avuto e non abbiamo pruriti all’idea che si trovi una soluzione negoziata al caso Berlusconi – trattasi di problema politico, è bene ricordarlo – ma che nello stesso tempo guardiamo con apprensione ad una fase politica successiva che tarda a profilarsi, con o senza il Cavaliere, siamo preoccupati che sulle questioni economiche il governo non riesca a battere seriamente alcun chiodo. Per questo guardiamo con speranza che le forze produttive, sia dal lato delle imprese che da quello dei lavoratori, riescano a farsi interpreti delle necessità di una svolta radicale, capace di far davvero fruttare la stabilità che il governo Letta si è guadagnato e, speriamo, si guadagnerà anche solcando il guado del caso Berlusconi.

A questo fine, TerzaRepubblica coglie e segnala come molto importante la lettera aperta che il suo direttore, Enrico Cisnetto, ha scritto al presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, dalle colonne del Foglio. Sappiamo che Squinzi avrà nelle prossime ore un confronto pubblico con il segretario della Cgil, Susanna Camusso, e che subito dopo risponderà a Cisnetto scrivendo al Foglio. Subito dopo è probabile che facciano sentire la loro voce anche le altre espressioni del mondo imprenditoriale e del lavoro. Riportiamo qui di seguito la “lettera aperta” di Cisnetto a Squinzi, in attesa che il dibattito che ne scaturirà ci dica se finalmente il mondo dell’economia si deciderà ad assumersi quelle responsabilità “politiche” che finora, per un motivo o per l’altro, ha scansato.



Caro Presidente Squinzi,
non so Lei, ma questa storia che molti raccontano che la ripresa sarebbe a portata di mano, pur con tutta la buona volontà proprio non riesco a bermela. La luce in fondo al tunnel? Ma se Moody’s ci ha appena detto, e in questo una volta tanto non sbaglia, che non c’è da scommettere un centesimo sulla ripresa di Italia, Spagna e degli altri “piigs”, anzi che il rating è a rischio visto che non è lecito aspettarsi il ritorno ad una crescita sui livelli pre-crisi prima del 2016-2017 (e peraltro ciò avverrà “solo in alcuni casi”). E poi, se anche fosse, si tratterebbe di una timida e gracile ripresina. Perché la crescita non viene per grazia dello Spirito Santo, e resta abissale il gap tra quello che ci sarebbe da fare e quanto si è fatto e si fa. No, non parlo solo del governo – quello Letta a me appare come quello Monti, indispensabile ma deludente, e a Lei? – mi riferisco alla società nel suo insieme. Forse complice la distrazione procurata dalle ferie di agosto, ma trovo che il Paese viva in una sorta di narcosi, attonito di fronte allo svolgersi degli avvenimenti. Come dice, con lo scambio Imu-Service tax è stato raggiunto un onorevole accordo? Vero, ma cosa c’entra con la ripresa? E poi, a ben guardare, sull’Imu era più difficile rompere che intendersi, visto che la distanza che separava Pdl (via su tutte le prime case) e Pd (i ricchi devono pagare) era di 250 milioni, cioè il 6% di 4 dei 24 miliardi complessivamente generati dalla tassa sugli immobili (il 94% del gettito relativo alla prima casa è pagato da contribuenti con redditi annui inferiori a 55mila euro, quindi…).

Comunque, è inutile girarci intorno, il tema politico vero non è l’Imu, e neppure l’Iva o il rifinanziamento della cassa integrazione, ma il caso Berlusconi. Sono vent’anni che questo è il nodo, figuriamoci se non lo è ora. E su questo non c’è politica economica che tenga. Come dice, Lei è speranzoso che alla fine, magari dando ascolto al “saggio” Violante, Pdl e Pd troveranno la quadra anche su questa spinosa questione? Ah, se è per questo anch’io lo spero. Ma veda, qui comunque vada a finire, non se ne esce vivi. Se ci fosse la rottura e le elezioni diventassero ineludibili perché non si riesce a creare un Letta-bis (se fosse con i grillini, meglio evitarlo), rischieremmo: a. di andare alle urne con il Porcellum; b. di ritrovarci in una situazione di stallo (i sondaggi danno pareggio); c. di beccarci anche una crisi istituzionale, nel caso il Capo dello Stato si fosse (comprensibilmente) stancato di veder traditi gli impegni presi con lui. Se invece ci mettono una pezza, la tregua durerebbe fino al prossimo inciampo giudiziario del Cavaliere e/o al congresso del Pd. Guardi, in tutti i casi nulla sarà più come prima, perché la sentenza della Cassazione ha decretato non soltanto la fine politica di Berlusconi ma anche quella dei Democratici. Se non è ora, sarà fra poco: sono finiti entrambi.

Perché Le dico tutto questo? Per segnalarLe che questo passaggio politico – che non ha precedenti nella storia della Repubblica, neppure nel 1992-94 – lascerà segni indelebili, che porteranno al “commissariamento” dell’Italia. E che questo dovrebbe rappresentare una preoccupazione massima per chi, come la Confindustria, rappresenta più di ogni altro le imprese, l’economia. Anzi, siccome sono sicuro che rappresenta già una fortissima preoccupazione – Lei ne ha dato testimonianza a più riprese – Le scrivo questa “lettera aperta” proprio per sollecitarLa a tradurre la preoccupazione del mondo produttivo in una iniziativa di testimonianza e di pressione.

Caro Squinzi, scusi la franchezza un po’ brutale con cui mi esprimo, ma chiami gli altri suoi colleghi delle diverse confederazioni imprenditoriali e solleciti allo stesso modo anche i sindacati, e proponga un fronte comune del mondo produttivo, imprenditori e lavoratori insieme, per ricordare che ci sono priorità diverse da quelle che la cronaca politica quotidianamente ci offre. Recenti dichiarazioni del presidente dell’Abi Patuelli che invocano qualcosa di “straordinario” incoraggiano a pensare che la Sua chiamata troverebbe ascolto anche nelle banche, oltre che tra commercianti, artigiani e agricoltori. E sono sicuro che questa volta le confederazioni sindacali aderirebbero compatte: dopo aver detto che sono oltre 9 milioni gli italiani che vivono una situazione di sofferenza e disagio occupazionale per colpa della recessione, la Cgil come può restare sorda ad un Suo appello unitario? Lo so, un documento con molte e illustri firme in calce, e neppure la piazza – ricordo che il mondo dell’edilizia ha già portato a manifestare insieme imprese e dipendenti – sono in grado di per sé di cambiare il corso della storia. Ma è pur vero che finora la rabbia degli italiani si è tradotta solo in quel sterile sentimento chiamato anti-politica. È venuto il momento di dare una risposta politica costruttiva alla politica e alle istituzioni che non funzionano. Prima che sia troppo tardi. E chi è più legittimato del mondo dell’economia a farlo?
Coraggio, presidente Squinzi, a Lei il primo passo. Cordiali e preoccupati saluti.
Enrico Cisnetto

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