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Basterebbe la metà dell’importo annunciato

Meglio una Finanziaria semplice

Senza una strategia di politica economica, più saggio limitarsi allo stretto indispensabile

di Enrico Cisnetto - 28 settembre 2005

Se l’ottimismo fosse una posta del bilancio dello Stato, Berlusconi avrebbe già chiuso il capitolo della Finanziaria e aperto quello della ripresa economica. Ma, purtroppo per lui e soprattutto per noi, la ridondante abbondanza di self positiveness del premier, di cui ieri ha fatto l’ennesimo sfoggio in Parlamento, neppure un “creativo” come il ministro Tremonti può utilizzare per quella che si preannuncia una manovra stretta tra i vincoli di Bruxelles e il richiamo della foresta delle prossime elezioni.

Dunque, senza iscriverci al “partito dei catastrofisti”, dovremo accontentarci degli aridi numeri della quarta Finanziaria tremontiana (la quinta e ultima della legislatura), di fronte alla quale il “neo” ministro appare di fronte ad un dilemma che potremmo sintetizzare così: innaffiare il deserto o conservare l’acqua per irrigare campi che saranno seminati? Più esplicitamente: fare la preannunciata manovra da 25 miliardi, ribadita ieri da Berlusconi, o “accontentarsi” di soddisfare la Commissione Ue tagliando il deficit di 12 miliardi (ma la Confindustria dice che sono 13,5)? Capisco che messa così sia una provocazione, ma proviamo a ragionare senza pregiudizi. Ciò che ci chiede Bruxelles, un taglio strutturale delle spese pari all’1,6% del pil in due tranche, appare ragionevole, anche perchè probabilmente il rapporto deficit-pil è già ben superiore a quel 4,6% stimato da Eurostat solo qualche mese fa, e considerato che Goldman Sachs prevede che il debito italiano riprenderà già da quest’anno a salire, arrivando nel 2009 sopra quota 110%. Dunque una manovra da 12-14 miliardi è indispensabile. Ma in ballo c’è una cifra esattamente doppia, e l’altra dozzina di miliardi dovrebbero essere destinati a provvedimenti mirati allo sviluppo, alla realizzazione di infrastrutture e alla cosiddetta equità. Tutti obiettivi giusti, se si considera che siamo in piena recessione produttiva e che i consumi ristagnano. Ma domando al ministro Tremonti – che ha tutte le qualità per cogliere il senso della mia provocazione – se non ci sia il rischio che, in mancanza di un progetto strategico di politica industriale, tutto si risolva in una manovra di stampo elettorale. E, francamente, spendere 25 mila miliardi di vecchie lire per tentare di vincere le elezioni – probabilmente senza riuscirci – sarebbe davvero troppo. Anche perchè il rischio è di non trovare le coperture necessarie, e di affidarsi alla fantasia di cifre “virtuali” – penso al fantomatico recupero di evasione fiscale – lasciando il “buco” a chi verrà dopo.

D’altronde il governo negli ultimi quattro anni le ha provate davvero tutte. Ha iniziato puntando sull’equità, portando le pensioni minime al vecchio milione di lire, nella speranza di rilanciare i consumi. Inutile, e per giunta non si è riusciti nemmeno ad utilizzare tutte le risorse stanziate. Ha provato, poi, a premere sul pedale dello sviluppo, attraverso riduzioni fiscali e incentivi alle imprese. Stesso risultato: investimenti ridotti al lumicino e pil immobile. Le risorse disponibili erano anche allora assai limitate, soprattutto grazie alle politiche di corto respiro condotte nella precedente legislatura. Dunque, imitare il centro-sinistra per Berlusconi non sarebbe una mossa giusta, visto come è andata nel 2001 quando il governo Amato varò una Finanziaria tanto elettorale quanto improduttiva (e il centro-destra non ha mancato di ricordarlo). Gli italiani non sono mica fessi, e quando vanno a votare sanno distinguere.

Certo, lo so anch’io che 12 miliardi da destinare ad un piano di riconversione del nostro capitalismo, che permetta alla produzione italiana di salire nella filiera e competere con successo con i prodotti orientali e americani, sarebbe manna per uscire dalla maledetta stagnazione in cui siamo impantanati da anni. Sappiamo tutti, però, che non è possibile fare nell’ultimo semestre ciò che non si è fatto nei nove precedenti. Più serio, quindi, sarebbe ammettere che la cassa è chiusa, e cancellare del tutto le componenti di spesa della Finanziaria, limitandosi a raggiungere gli obiettivi fissati da Bruxelles (cosa per nulla semplice). Riconoscere che la Finanziaria è prima di tutto un atto pubblico, che viene prima degli interessi di parte – presunti, per di più – sarebbe un gesto controcorrente e di grande responsabilità. E con tutta probabilità ripagherebbe generosamente, anche sul piano elettorale, chi avesse il coraggio di compierlo.

Pubblicato sul Messaggero del 28 settembre 2005

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