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Il nodo della sanità

Meglio la mutua

Tagliare soltanto non basta, certamente. Ma se i piani di risanamento restano gargarismi propagandistici, mentre la spesa corrente irriga la malapianta elettoralistica, va a finire che non basta la falce. Ci vuole il diserbante.

di Davide Giacalone - 30 novembre 2012

Al Policlinico Gemelli non vogliono fare le barricate, ma sostengono che il taglio di 29 milioni di euro, all¹incirca il 30% del totale di minore spesa che il commissario alla sanità laziale ha deciso, manda in coma i loro conti. Il commissario si chiama Enrico Bondi, incaricato dal governo di predisporre la spending review, quindi ci riporta alla contrazione nazionale della spesa sanitaria: meno 35 miliardi, fra il 2012 e il 2015. Dal 1997 a oggi sono già stati cancellati 100mila posti letto, nel corso del prossimo anno ne saranno tagliati altri 7389. Per capire la tragedia si deve aggiungere il dato decisivo: le regioni hanno raggiunto un disavanzo pari a 40 miliardi, per la spesa sanitaria, di cui 33 si trovano nelle 8 che sono state commissariate. E per valutare quanto sia devastante questa cifra la si deve accompagnare a una constatazione: le regioni che hanno disavanzi più alti sono quelle in cui la sanità funziona peggio. Quindi togliamoci dalla testa l¹idea che più si spende meglio si sta.

Non si riforma l¹Italia a suon di tagli, ma neanche la si fa funzionare a forza di cattiva spesa. Come capita per il debito pubblico, anche il disavanzo sanitario non è la conseguenza di servizi di alta qualità, offerti con troppa abbondanza, ma si cattiva politica, spesa corrente e mancati controlli. Ci siamo arrivati per disperazione, ma ce ne saremmo dovuti accorgere usando la ragione e sapendo far di conto: la regionalizzazione della sanità è stata un disastro, che ha portato con sé una spartitocrazia praticata al più basso livello.

Il sistema, favorito dalla riforma Bindi, rasenta la perfezione dal punto di vista del controllo politico. In base alla legge, le regioni nominano direttamente il direttore generale delle Aziende sanitarie e il 40% dei membri del collegio sindacale, ovvero il controllato e 2 controllori su 5.

Il direttore generale nomina a sua volta il direttore amministrativo e il direttore sanitario, così come i direttori delle unità operative complesse (ex primari per intendersi), sulla base di una rosa di candidati proposti da una commissione che per due terzi è nominata dal direttore generale stesso.

Vi è dunque un filo rosso che, tramite il direttore generale, lega direttamente ai partiti della maggioranza di turno tutti i soggetti della catena assistenziale.

Dopo tantio anni dalla loro abolizione (1978), le vecchie mutue appaiono come il paradiso perduto degli assistiti. In una sigla, Drg, è racchiusa la formula del disastro. Sta per Diagnosis Related Groups, ed a dispetto della lingua si trova in un decreto ministeriale emanato, nel 1994, da Ciampi e Garavaglia. Stabilisce che le strutture sanitarie sono rimborsate a prestazione: tot interventi, tot soldi. Per contenere la spesa ora si pone un tetto al Drg, così se arrivate con il cuore in mano quando si è toccato quello delle valvole dovrebbero rimandarvi indietro. O in cielo, più precisamente. Il Drg, ha giustamente osservato Cesare Greco, professore e responsabile di emodinamica al policlinico romano, funziona se la spesa è gestita da assicurazioni che valutano chi e come fa le cose, ma se il sistema sanitario paga a piè di lista va a finire che la spesa la controllano i politici e la qualità nessuno.

La malattia di cui soffre molta parte della nostra sanità consiste: a. nella non separazione fra chi spende e chi controlla (le vecchie mutue funzionavano assai meglio); b. nella collettiva irresponsabilità; c. nell¹irragionevole politicizzazione delle nomine; d. nella proliferazione del personale amministrativo; e. nel trattamento burocratico e non professionalizzante di quello medico. Dove il treno imbocca un binario virtuoso, come in buona parte del nord, i difetti del sistema vengono corretti dalla pratica quotidiana. Dove si piazza su binari viziosi, come in gran parte del sud, i difetti vengono ingigantiti dalla malagestione pratica. In tutti e due i casi, però, è il sistema ad essere sbagliato.

Se ci dotassimo di una fitta rete di pronto soccorso, assistita da grandi ospedali adeguatamente attrezzati, assicureremmo migliore assistenza con minore spesa. Ma questo significa chiudere gli ospedali piccoli, che i pubblici amministratori difendono e dove i loro elettori crepano. Se affidassimo il controllo della spesa non ad amministratori nominati dalla politica, ma a mutue e assicurazioni, si concilierebbe la salute con i conti. Se trattassimo i medici come professionisti, anziché burocrati della ricetta, li vedremmo ricomparire a casa quando ci servono, mentre oggi porti il bambino dal pediatra anche se ha la febbre. Se affidassimo la spesa sanitaria alla cultura e alle regole del mercato e della competizione, vincolandola ai risultati, eviteremmo di spendere soldi pubblici per finanziare cliniche e laboratori privati e apriremmo il grande mercato dell’innovazione, fornendo assistenza domiciliare ai malati cronici, con loro maggiore comodità e minore spesa collettiva.

Mario Monti ha fatto benissimo a richiamare l¹attenzione sulla sostenibilità del sistema, ma occorre passare dalla denuncia alle riforme. Senza dimenticare che la nostra sanità funziona, ha qualità elevata e risultati migliori di altri Paesi europei. Ma non possiamo consentire che una macchina così complessa (e vitale) finisca nelle mani di guide regionali troppo spesso inadeguate. Oltre che troppo sensibili agli interessi meno collettivi.

Tagliare soltanto non basta, certamente. Ma se i piani di risanamento restano gargarismi propagandistici, mentre la spesa corrente irriga la malapianta elettoralistica, va a finire che non basta la falce. Ci vuole il diserbante.

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