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Il processo Mori

Marcio in procura

Ciò che la magistratura di Palermo non ha detto sull'inchiesta di Falcone e Borsellino

di Davide Giacalone - 03 gennaio 2012

Quando inizia un nuovo anno è naturale che si pensi al futuro. Il 2012, però, dovrà vedersela con il passato, anche perché la storia bugiarda non passa mai, rimane lì, aggrappata a intrappolare il futuro. Quest’anno dovrà concludersi il processo a Mario Mori, generale dei carabinieri ed ex capo dei Ros, accusato di avere favorito la mafia. Credo che Mori verrà assolto, ma non è questo, con tutto il rispetto per la sua vicenda personale, il fulcro del problema. L’assoluzione di chi ha servito lo Stato ed è stato ingiustamente accusato è, tutto sommato, un dettaglio.

Quel che conta è la verità, che nel caso del processo a Mori significa anche la verità sulla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quindi sul marcio che c’era alla procura di Palermo. Avete letto bene (e non è la prima volta): il marcio in procura, nella magistratura. Chi ha seguito le nostre riflessioni, chi non s’è spaventato e a buttato via i nostri scritti, perché così distanti, così incredibilmente diversi dalla vulgata più accreditata e applaudita, non si stupirà. Ma anche chi non ci ha considerati dei pazzi potrà sentire un brivido correre lungo la schiena nel leggere quel che Mori racconta, in un libro scritto con Giovanni Fasanella (Ad alto rischio). Noi abbiamo usato la logica, partendo dai fatti, Mori è un protagonista dei fatti. Racconta come la procura di Palermo massacrò l’inchiesta cui Falcone e Borsellino tenevano tanto, denominata “mafia e appalti”. Racconta come quelle carte furono spappolate, divulgate per essere massacrate, quindi archiviate: “Per la parte che riguardava le connivenze politico-amministrative, a tre giorni dalla morte di Borsellino, la procura richiese e ottenne l’archiviazione.

Ancora oggi non ne ho compreso i motivi”. L’archiviazione ufficiale porta una data che descrive una storia: ferragosto. Il giorno in cui neanche i morti fanno notizia. Ferragosto, quando è facile nascondersi, ma poi risulta clamoroso essersi lì rimpiattati. Finché queste cose le scriviamo noi la cosa può risolversi con il più antico e collaudato dei rimedi: l’omertà. Si copre tutto con il silenzio e si lascia che i riflettori puntino sugli eroi fasulli di una storia bugiarda, sullo sfondo mendace di un palcoscenico immaginario. Ma quelle parole, ora, sono sulla bocca del carabiniere che organizzò e diresse le indagini. In un Paese appena appena normale ciò sarebbe scandalo. In un Paese in cui l’onestà intellettuale non fosse prostituita al luogocomunismo della più ignorante codardia questo dovrebbe far rumore su tutti i mezzi d’informazione. Invece nulla. A conferma di quanto solido e radicato sia il male. Un brivido l’ho provato pure io.

Trovando nelle pagine di Mori il riferimento al provvedimento d’archiviazione con cui il gip di Caltanissetta chiuse l’inchiesta sullo scontro fra le procure siciliane. 250 pagine dense di nomi. Sono rabbrividito perché anche io ero partito da quelle pagine, per ragionare, e c’ero arrivato su indicazione del braccio destro di Paolo Borsellino, un altro valoroso carabiniere, un uomo probo e con la schiena dritta, che s’è ciucciato anni di processi come se fosse un mafioso: Carmelo Canale. Assolto, lui. Condannati, noi, invece, a perpetuare il falso racconto di quelle morti. Scrive ora Mori: “ero convinto che non tutti i pubblici ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra”. Detto in modo diverso: la mafia aveva uomini avvicinabili e avvicinati, in procura. Che sia stata la mafia dei macellai, quella dei capi, o quella degli amici degli amici, che cambia? La storia è chiarissima: morirono i magistrati che erano stati isolati dentro la procura di Palermo, morirono gli sconfitti, morirono Falcone e Borsellino. Gli altri rimasero, ridendo della loro memoria e appropriandosene, inneggiati dalla stolta sinistra dei conniventi.

Forse io non ho capito mai niente, forse Mori è un delinquente depistatore. Forse. O forse nessuno ha mai voluto mettere il naso nel covo più losco: la procura di Palermo. Non è finita qui, perché anche il mancato rientro, per testimoniare, di Gaetano Badalamenti, Mori lo mette nel conto dell’“impossibilità di bypassare la procura palermitana”. In quel caso ci fu il morto, ma dalla parte dello Stato, o, meglio, di quella parte dello Stato interessata a combattere la mafia. Morì Antoniono Lombardo, carabiniere, suicida. Accusato da Leoluca Orlando Cascio, in diretta televisiva, d’essere amico dei mafiosi. La politica intervenne, pubblicamente, per fermare i carabinieri che avrebbero fatto testimoniare un mafioso. Eppure ancora si fa finta che siano misteriose e sconosciute, le interazioni fra mafia e politica. O, magari, a supremo scorno dei morti e mortificazione dei vivi, si fa gestire lo spettacolo antimafia a chi fu utile alla mafia. Lombardo, del resto, lo lasciò scritto: “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Nero su bianco. E lo disse suo cognato, Canale: Antoniono è stato ammazzato. Hanno processato lui.

Mori non spende una parola sulle così dette “stragi di mafia” e sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Capisco, in questo momento è lui che subisce il processo, proprio per quelle storie. Restano le nostre ricostruzioni, le nostre date, i fatti che abbiamo messo in fila. Seguendo lo stesso metodo e la stessa logica. Ecco perché dico che l’anno appena iniziato deve guardare al futuro, ma che quel futuro sarà una cloaca se non si avrà l’onestà di fare i conti con il passato. Il coraggio scarseggia, nell’Italia degli accodati. Ma non contino sul nostro silenzio. Auguri.

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