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Giustizia

Manettari sbigottiti

Il giustizialismo fascistoide s’è sposato all’etica leninista in nome dell’opposizione al comune nemico. E ha pervaso anche i vecchi fascisti.

di Davide Giacalone - 21 settembre 2012

E’ avvincente assistere allo spettacolo di Magistratura Democratica che fa il tiro a bersaglio su magistrati ciarlieri e adusi a trasformare le inchieste in copioni per la battaglia politica e l’esibizione personale.

La cosa si fa decisamente più esaltante se poi leggi Marco Travaglio che li descrive, i sinistri di Md, quali avanzi di guerra fredda e cascami d’un comunismo che ha rotto l’anima, accusandoli d’essere dei vili voltagabbana, capaci di sparare alle spalle dei colleghi più esposti (leggi Antonino Ingroia, così non ci giriamo attorno). Che questo giorno sarebbe arrivato lo scrissi all’inizio degli anni novanta, ma (e qui Travaglio ha ragione) la longevità politica di Silvio Berlusconi lo ha allontanato. Arrivò, infine.

In tutti questi anni c’è chi ha dato fuori di matto, chi ha saltabeccato da una posizione all’altra, chi ha abbracciato quel che non condivideva, per mera convenienza. Rivendico la monotonia: nel merito e nella lettura del fenomeno. Il giustizialismo fascistoide s’è sposato all’etica leninista in nome dell’opposizione al comune nemico (e anche in questo Travaglio ha ragione, poi basta, altrimenti mi faccio ricoverare).

Grazie a Berlusconi è nato l’antiberlusconismo, ovvero quell’abito mentale che ha unito gli incompatibili. Così come, del resto, aveva fatto il berlusconismo. Una tenzone di livello impareggiabile, che ci riconsegna una politica e una giustizia devastate. Capisco che Travaglio (così torno a dissentire) tenti di sostenere che i giustizialisti avevano tutte le ragioni, salvo allevare serpi in seno, ma è falso: avevano e hanno un’infinità di torti. Il primo è che hanno confuso la politica con la giustizia.

Cosa ragguardevole, oltre tutto, è che tali giustizialisti antiberlusconiani hanno fatto scuola fra i berlusconiani, tant’è che il Pdl, in Sicilia, afferma pubblicamente che non candideranno inquisiti per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione. A parte le eccezioni e le deroghe (ovviamente già provocate da un così claudicante principio), stanno forse dicendo che si pentono e vergognano di avere Marcello Dell’Utri fra i propri parlamentari? Stanno annunciando che Silvio Berlusconi non sarà candidato alle prossime elezioni? Fermate questi pivelli rintronati, prima che sia troppo tardi.

La perdita dei diritti politici è regolata dalla legge. Scambiare l’accusa con la colpa equivale a zoticume giuridico, oltre che a morte della politica. Non solo il semplice essere inquisiti non interdice la candidatura, ma ci sono casi in cui sono orgoglioso di avere difeso inquisiti per mafia, giacché erano innocenti perseguitati.

Questi signori del Pdl, oramai incapaci di concepire un pensiero coerente, del resto sostenitori di ben due presidenti regionali inquisiti per mafia (uno condannato), non sanno distinguere: alla giustizia tocca individuare i colpevoli e liberare gli innocenti dal sospetto; alla politica spetta conoscere fatti e persone, allontanando non solo gli ipotetici rei, ma anche i deboli, i vili, gli imbecilli e gli incapaci. Quando una forza politica si ritrova un condannato per mafia non è che s’inchina davanti alla giustizia, rispettandola, è che dovrebbe inginocchiarsi e chiedere perdono per averlo accudito. Oppure difenderlo, se lo ritiene ingiustamente condannato.

Sbrigarsela con le fratellanze personali, come Casini fa con Cuffaro, è patetico. Il giudizio politico è indipendente da quello dei tribunali, nel senso che deve essere più severo. Se non lo si capisce, se si subordina la politica alle procure, se si sbugiarda la propria stessa identità politica, pur di conquistare un titoletto qualunquista, è segno che si è in stato confusionale. E tale stato è indotto proprio dall’avere assorbito quel giustizialismo avversato solo per ragioni di schieramento, ma, in fondo, appartenente alla propria biografia culturale. Non a caso alcuni di questi erano fascisti.

Magistratura Democratica esce dallo scontro definitivamente sconfitta: sono loro, non gli altri, ad avere abiurato i propri principi e avere trasformato il garantismo ideologizzato (buono il primo, non la seconda) in manettarismo assatanato. Tardi per pentirsi. Mentre il tramonto di berlusconismo e antiberlusconismo accompagnano la decomposizione istituzionale e politica d’Italia.

Noi, che queste cose le vedemmo e descrivemmo per tempo, sappiamo che la via d’uscita c’è, se solo chi ha testa riesce a ritrovarsi, magari nascosto, un friccico d’attributi.

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