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La class action in Italia non c’è e non ci sarà

Manca una legge specifica e chiara

Vi spiego perché la politica beffa i consumatori

di Davide Giacalone - 07 maggio 2009

La class action in Italia non c’è e non ci sarà. Quella di cui si parla è una versione che potrebbe avere come autore il grande Renato Carosone, sulle note di “Tu vuo’ fa’ l’americano”. Sottoposta a continui rinvii e risucchiata dalle sabbie mobili legislative. Quel che resta, e che qui cerco (non è facile, senza farsi tirare una scarpa dal lettore) d’illustrare, non è la speranza dei consumatori, ma lo sconforto di cittadini che vedono trasformarsi in controriforma ogni buona idea. Oltre tutto, con responsabilità di ambo gli schieramenti politici.

La class action, quella vera, funziona così: c’è un gruppo di cittadini-consumatori (la class) che si sente danneggiato dalla condotta di una determinata azienda e, pertanto, introduce una causa (l’action) presso il competente tribunale. Spesso capita che a patrocinare queste cause siano giovani avvocati, che puntano alla fama, sconfiggendo i quotati e dispendiosi studi ingaggiati dalle imprese, e che si fanno pagare a percentuale, solo in caso di vittoria. Da noi è fantascienza, anzi: è proibito, complici gli avvocati, che in quanto a conservatorismo se la battono con i magistrati.

Se il giudice dà ragione all’impresa, la cosa finisce lì, dopo che il soccombente avrà pagato le spese ed il disturbo. Se, invece, vincono i consumatori, allora ogni altro cittadino che si trova nella loro condizione (che appartiene alla class) può unirsi alla festa. Da noi, questa roba non la vuole nessuno. Però funziona, tanto è vero che la Parmalat ha già dovuto pagare, un anno fa, quasi 24 milioni di euro a risparmiatori statunitensi truffati. Da noi sono ancora in sala d’attesa, e ci resteranno.

Per chi ha il gusto dell’orrido, qui comincia la parte divertente. In Italia nessuno ha mai fatto una seria legge che regolamenti la faccenda. Ha cominciato il governo Prodi, con la finanziaria del 2008, dedicandole i commi dal 445 al 449 del secondo articolo. Uno strumento demenziale ed illeggibile, con articolesse inumane redatte al solo scopo di mettere la fiducia senza far cadere in governo una trentina di volte. Malcostume, sia chiaro, che non è esclusiva di Prodi.

C’è di più, perché, non paghi della follia, ci avevano scritto che per proporre la causa era necessario farsi sponsorizzare da un’associazione di consumatori, ovvero da una di quelle robe sindacalizzate e politicizzate che sono il ritratto di un Paese corporativo e camarillesco. Inoltre, e tanto basta, gli effetti del giudizio valgono solo per chi lo ha promosso e, quindi, la class era già andata a farsi benedire. L’entrata in vigore era prevista sei mesi dopo l’approvazione della legge, nel giugno del 2008.

Cambiato il governo, si proroga il termine al primo gennaio 2009. In modo da mettere ordine. Il che sarebbe stato meritorio, se lo avessero fatto. Invece s’è prorogato ancora, a diciotto mesi dall’entrata in vigore della legge, quindi al giugno del 2009. Essendo alle porte, se ne discute. Con una legge specifica, chiara e coerente? Neanche per idea, in un provvedimento che s’intitola allo “sviluppo ed internazionalizzazione delle imprese”, oltre che all’energia, ma che, in realtà, contiene di tutto. Come i treni indiani, quelli affollati dentro, fuori, sopra e sotto.

C’è di buono che è stato cancellato il regalo corporativo alle associazioni dei consumatori, mentre, per il resto, se non è zuppa è pan bagnato. Non è una class action, al più un’azione collettiva. Ora è negata la retroattività, che non è affatto ragionevole. Non si tratta, infatti, di introdurre nuovi reati, interdetti alla retroattività, ma nuove modalità risarcitorie, pertanto da utilizzarsi da quando ci sono, anche per danni passati.

La discussione, però, è oziosa, giacché la retroattività sarebbe detestabile se destinata a riaprire i termini della prescrizione, che da noi scorrono tranquilli nell’inattività dei Tribunali. Per cui, alla fine, restando solo la possibilità di far causa in comitiva, si va tutti a finire nel buco nero della giustizia in letargo, se non in bancarotta. Resta solo Carosone, e ‘sto schifo d’Italy.

Pubblicato da Libero di giovedì 7 maggio 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario