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Malgoverno digitale

Lo Stato ha speso soldi per DTT, ora la Rai trova più conveniente investire sul Dab

di Davide Giacalone - 03 luglio 2007

Esistono imprenditori italiani che rischiano soldi propri e guardano al futuro, ma i loro primi nemici si trovano nel governo che non rispetta le leggi e nelle autorità (in questo caso Agcom) impastoiate di lobbismo. Nel libro “Televisioni & Politica” si è descritta la situazione e formulate delle previsioni. Ora i fatti ci danno ragione. La Radio digitale (Dab) è una realtà in Europa, dove porta ai cittadini maggiore offerta, più pluralismo ed un segnale limpido. E porta le immagini televisive (Dvb-h), permettendo l’ingresso nel mercato di nuovi modelli e protagonisti. Tutto gratis. In Italia c’è chi ha lavorato in questa direzione, ma ha dovuto vedersela con la colpevole arroganza di uno Stato fuorilegge.

Mentre lo Stato spendeva soldi dei cittadini per finanziare il ricco mercato televisivo, al fine di promuovere il passaggio totale al digitale terrestre (corbelleria contenuta in una legge votata dalla sinistra e poi ripresa con giuliva incoscienza dalla destra), la Radio digitale camminava con soldi dei privati, senza aiutini per deficienti. Anzi, lo Stato boicotta: le frequenze assegnate al Dab, secondo accordi e normative internazionali, da noi sono occupate e nessuno è disposto a fare il proprio dovere, liberandole. Autentica omissione d’atti d’ufficio, in danno alle imprese ed al mercato. E non basta, perché l’autorità delle comunicazioni è giunta alla sfrontatezza di far partire un sistema concorrente (Dmb) che lavora con la tecnologia del digitale terrestre (Dtt), così facendo un piacerone alle lobbies telefoniche e violando il principio di neutralità tecnologica.

Oggi, però, la Rai s’accorge che il gioco non vale la candela, che il Dmb costa troppo (e funziona poco, aggiungo), e che investirà dov’è più conveniente, ovvero nel Dab. Bravi, avranno letto il libro allegato a Libero, o imparato a ragionare senza obbedire ad interessi esterni. Si sono svegliati anche altri editori radiofonici, finalmente accortisi che la conservazione del passato non è lungimirante. Lenti di riflessi, ma nel giusto. Siccome, però, in tutti questi anni qualcuno s’è provato a darci lezioni, mi pare il caso di sottolineare che il tempo perso ha un valore e ci siamo impoveriti tecnologicamente, mentre il governo resta fuorilegge e l’Agcom incapace di meritare il nome che porta.

www.davidegiacalone.it

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario