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Sanità: oltre che da noi, problemi anche in Francia

Malati da una parte, medici dall'altra

La divisione geografica di dottori e macchinari non rispecchia le esigenze della popolazione

di Antonio Gesualdi - 26 ottobre 2005

Un qualsiasi cittadino di buon senso manderebbe un medico là dove c'è un malato. Un qualsiasi cittadino comprerebbe una nuova strumentazione là dove c'è più bisogno di analisi e indagini sofisticate. Perché, allora, un intero Paese di 58 milioni di cittadini mantiene medici là dove non ci sono malati e spende in apparecchiature là dove non servono?

Naturalmente questo Paese è il nostro. Ciascuno di noi può verificare con il database dell'Istat, Health for All, mutuato da organismi internazionali, come e dove è gestita la sanità e l'assistenza in Italia. Vi sono oltre 4.000 indicatori e risulta esplicito un messaggio: la spesa sanitaria nazionale e regionale è regolata non in funzione delle malattie, ma in funzione del sistema politico e della mentalità che vi ruota attorno. Qualche dato: siamo pieni di medici nella regione Lazio. Evidentemente Roma è un centro di attrazione. Ma la regione italiana con più malati soprattutto di tumori allo stomaco e all'apparato digerente in genere è l'Emilia-Romagna che, paradossalmente, è anche la regione con le Usl ritenute più efficienti (più infermieri e medici dipendenti pubblici), dove si fanno più accertamenti diagnostici e con il più alto consumo di farmaci. Nel Nordest sono pieni di infermieri, ma gli assessori regionali alla sanità ne lamentano la mancanza, ci sono però tassi alti di bimbi nati morti o nati con peso inferiore ai 2,5 chili. I posti letto in pediatria? Non sono al Sud, dove nascono più bambini, o appunto nel Nordest dove nascono sotto peso, ma in Liguria che è la regione col più alto indice di vecchiaia di tutto il Paese. E dove si spende di più per le apparecchiature? Al Sud, naturalmente, dove ci sono meno malati. Perfino le analisi sono diverse: nel Mezzogiorno si fanno prevalentemente quelle delle urine e nel Centro-Nord quelle del sangue!

Se la situazione è questa che significa? Azzarderei la seguente interpretazione: intanto che le malattie hanno un grande sostrato genetico altrimenti non si spiega perché i nostri concittadini meridionali hanno il diabete e quelli settentrionali il tumore. Questo potrebbe contribuire a ridurre il feticismo e l'accanimento terapeutico costruito per favorire il business e il non-profit dell'assistenza, per favorire il medico e non il malato. In secondo luogo se produciamo medici dovremmo anche dar loro da lavorare e quindi si finisce per investire in sanità indipendentemente dalle reali necessità.

In Francia c'è un dibattito da prima pagina di quotidiani nazionali perché si sono accorti che gli studenti in medicina snobbano la medicina generale. Vogliono tutti una qualche specializzazione per guadagnare di più. Il mese scorso a Lognes su 2400 posti disponibili di internato si sono presentati 971 concorrenti. La demografia medicale, inoltre, rivela che nel Nord della Francia rischiano di non avere più medici generici sufficienti. Insomma i giovani francesi preferiscono fare i radiologi a Cannes piuttosto che i generici a Cambrai. Dunque non c'è tanta differenza tra noi e i francesi se non che loro, almeno, stanno cercando una soluzione, noi neppure ci poniamo il problema. Ed è un problema che ci costa miliardi di euro l'anno.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario