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Capitalismo ed identità

“Made in Italy”

Bisogna conoscere le nostre radici per comprendere il nostro motore di sviluppo

di Davide Giacalone - 26 marzo 2008

La globalizzazione è stata prima esaltata, ora è di moda detestarla. I “no global” l’avversavano perché la ritenevano responsabile dell’uniformarsi di culture e costumi, naturalmente al servizio dell’odiato (e per molti versi immaginario) imperialismo americano. Il fatto è che il diffondersi di linguaggi comuni e la circolazione delle informazioni in tempo reale era, ed è, il bello della globalizzazione. Ferdinando Cionti, difendendo il valore dei marchi (“Sì, logo”), non ebbe timore nel mettersi contro al vento del conformismo. Ma la globalizzazione ha oggi nuovi detrattori, forti dei guasti finanziari che corrono per il mondo. Sono impressionati, questi nuovi critici, dall’imponenza di quello che è stato chiamato “scontro di civiltà”, e credono che sia necessario correre ai ripari, rimarcando le radici giudaico cristiane del nostro mondo. Ecco, non so quanto sia da lui voluto, ma il nuovo lavoro di Cionti, “Made in Italy” (Spirali), dispiega un’impressionante potenza, proprio su questo punto.

Cos’è, il “nostro mondo”? La sua identità è data dall’avere ideato lo Stato laico, casa comune di credenti, in credi diversi, e non credenti. Ed è data dall’essere un mondo capitalista, refrattario all’idea statalista (socialista, leninista) che sia la dirigenza politica a conoscere il vero bene di tutti, ed a quello indirizzare il lavoro delle forze produttive, e refrattario al piegare le leggi dell’economia a quelle di un testo sacro. Dalle nostre parti si discute animatamente sul tasso d’interesse, discettando sulla convenienza di farlo scendere o salire, ma se qualcuno s’azzarda a dire che l’idea stessa del tasso d’interesse è demoniaca e condannata dalla legge sacra, gli si dà dello scemo e la si pianta lì. “Made in Italy”, che non è un libro sui sarti, scandaglia queste due identità, e la luce spesso evidenzia cose di straordinario interesse.

Intanto: fosse stato per le nostre radici religiose (e dico “nostre” in senso indiscutibilmente storico, crociano), tutto il nostro bel mondo neanche lo avremmo mai visto. La dottrina cristiana ce l’aveva non solo con il tasso d’interesse e con il profitto, ma direttamente con la ricchezza. Il protestantesimo, a dispetto della vulgata weberiana, fu feroce contro il capitalismo e, per quanto sembri incredibile, fosse stato per Calvino a Ginevra le banche non avrebbero messo piede. Lutero, poi, s’esprimeva in quel suo linguaggio crudo e dal significato piuttosto evidente, e non prometteva nulla di buono per i commercianti che traevano ricchezza dall’evidente differenza fra il costo delle merci ed il prezzo cui le rivendevano. Riformisti e controriformisti gareggiavano a chi sarebbe riuscito ad affogare per primo la bestia dell’avidità, il meccanismo che noi chiamiamo capitalismo.

Quello, in realtà, era un prodotto italiano, era, appunto, made in Italy. Agli studenti di ragioneria s’insegna che la partita doppia nasce a Venezia. Era la forma scritturale di commerci il cui obiettivo primario era quello di far “quadrare” i conti ed accumulare profitto. Quella ricchezza doveva poi essere reinvestita in nuove merci, nuova potenza da gettare sul mercato, perché i conti riquadrassero ed il profitto crescesse, per ricominciare il ciclo, ma con una ruota sempre più grande ed una velocità sempre più alta.

L’altra sponda europea dove il capitalismo attecchì subito non furono i Paesi dell’ortodossia protestante, ma l’Olanda (che pure era calvinista), dove si distinse il principio della separazione fra il dominio degli affari ed il dominio della religione. Il capitalismo, insomma, è la versione economica del machiavellismo, della separazione fra morale civile (o politica) e morale religiosa, non a caso riconosciuto come il pilastro fondante della politica moderna. Della modernità, in una parola.

Assieme al fondamentalismo religioso, il capitalismo figliò un altro suo nemico: il marxismo. E scrivo “figliò” perché Marx fu un pensatore potente, credo uno dei più grandi ammiratori del capitalismo, e lo giudicò forte al punto tale da riuscire a “compiersi”, tanto da consentire il ricongiungimento fra il profitto e la morale religiosa, a quel punto interpretata dalla teoria comunista. Lenin condì l’idea con i lager, per renderla più terragnamente apprezzabile. In realtà il capitalismo non fu così forte, ma lo fu anche di più, al punto da sopravvivere a tutte le “scientifiche” previsioni di catastrofe finale. Siamo ancora qui, insomma, e mangiamo, ci vestiamo, scriviamo grazie all’idea che gli uomini liberi inseguono il loro benessere e pagano la propria libertà.

La libertà è un anelito insopprimibile, connaturato agli uomini. Ma delicato, un asintoto ideale dietro al quale stendiamo le curve delle nostre vite. Il capitalismo ha caratteristiche analoghe. Capita, così, che la globalizzazione ci porti a convivere con sistemi in cui la libertà è negata, ma cui la macchina della finanza internazionale ha insegnato il giuoco del denaro. Capita di dovere fare i conti con chi conosce il valore dell’accumulazione, ma nega quello della libera coscienza, nega la separazione fra morale religiosa (o ideologica) e morale civile.

Capita di competere con sistemi che praticano il capitalismo senza democrazia politica. Significa questo, che dobbiamo correre alle nostre radici? Forse sì, ma nel senso che dobbiamo chiarire a noi stessi quali sono, ed in questo il libro di Cionti è una guida da tenere sempre con sé. Dobbiamo, noi per primi, ricordare che il motore del nostro meraviglioso sviluppo non si trova nei libri d’economia, che pure sono utilissimi per comprendere come funziona ogni singolo pezzo dell’ingranaggio, ma in quelli di morale, dove s’indaga la forza della libertà. Una forza da far valere e da espandere, perché l’esserci separati dalla voglia di far governare la non accertabile volontà divina non ci deve affatto scoraggiare dal ripetere quel che mi pare assolutamente evidente: il nostro mondo libero (anche di arricchirsi) è migliore di quello altrui, e deve potere essere offerto ad ogni essere umano.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario