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Facebook compra WhattsApp

Made in Italy digitale

La digitalizzazione è un'occasione da non perdere. Abbiamo cervelli e idee per essere protagonisti.

di Davide Giacalone - 21 febbraio 2014

Vista dalla periferia europea (non solo italiana) l’acquisto di WhatsApp, da parte di Facebook, ha qualche cosa di titanico. Roba che gira gratis e viene pagata 4 miliardi di dollari in contanti, 12 in azioni e 3 in stock options. Se non ci fossero le borse e la finanza, a gonfiare questi numeri, sarebbero soldi fuori dalla realtà. Ma proprio perché guardiamo dalla periferia, sarebbe ragionevole farsi cogliere da un dubbio: si tratta di un business che non richiede materie prime o consumo territoriale e umano, si basa sulla competenza tecnica e sulla fantasia, perché, allora, siamo assenti? Jan Koum, il quarantenne cofondatore di WhatsApp, neomiliardario, in fondo viene dall’Ucraina, che di questa periferia è area dolorosa e dolorante. C’è una porta per far entrare il Made in Italy in questo magico e ricco mondo? Credo di sì. La stiamo mancando.

Solo due parole sul business in sé, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento: il modello del gratis cambia la natura del mercato, togliendo le comunicazioni dalle mani delle compagnie di telecomunicazioni, che si sono attardate a considerarsi stampatrici di bollette. Questo pone un problema enorme: chi mette i soldi per far migliorare le reti, e come vengono remunerati quegli investimenti? La risposta è: vince chi le rende strumentali ai nuovi servizi, smettendo di pensarsi come casellanti che chiedono il pedaggio. I telecom operators si consideravano padroni della stazione e si ritrovano a fare i facchini. I nuovi protagonisti hanno costi di gestione bassissimi e forniscono occasioni di comunicazione. Facebook partì con l’idea adolescenziale del chiedersi: che fai? a che pensi? Ora è un network globale dove si scambiano contenuti preziosi. WhatsApp è l’idea dell’sms senza costo, ora ha più di 450 milioni di utenti attivi, che crescono ogni giorno di un milione. E’ vero, non si paga. E’ vero, dove vengono chiesti soldi il pubblico scappa. Ma se anche chiedessero un euro all’anno …

Tutto questo crea una ciclopica banca dati. Chiedete allo staff di Obama come ha fatto a vincere le elezioni, dopo avere deluso gli americani. E guardate gli occhi languidi e il filo di bava alla bocca degli uffici marketing dei marchi globali, per capire quanto appetito c’è, attorno a quelle banche dati. Poi, per carità, certi numeri sono oggi esagerati. Segnalano, però, da che parte sta il nuovo mondo.

Per l’Italia è un’occasione. Quando sento parlare di “Agenda digitale” e obblighi europei, oramai, provo un senso di nausea. Sono anni che indichiamo obiettivi ovvi. E anni che li manchiamo. Viviamo la digitalizzazione come acquisto di materiale informatico prodotto all’estero, dove paghiamo anche le licenze d’uso. Accumuliamo baracconi con i quali non cambiamo, ma complichiamo l’amministrazione. La rivoluzione passa da alcuni punti banali: a. digitalizzare non significa mettere le procedure amministrative esistenti nel computer, ma cambiarle; b. ha senso se aiuta a tagliare la spesa pubblica, non se la fa crescere; c. il padrone dei dati è il cittadino, non lo Stato e la pubblica amministrazione (così come lo è per Fb & C.); d. non serve comprare “sistemi”, si devono comprare “soluzioni”.

Dalla didattica digitale al settore sanitario, dal turismo all’agricoltura, dall’energia alla sicurezza, ci sono prodotti italiani eccellenti. Puntualmente umiliati da personale amministrativo conservatore e personale governativo abbindolato dalle multinazionali. Se spostiamo un pezzo di spesa pubblica, non per finanziare, ma per risparmiare, creiamo campioni pronti a esportare. Lavorai e fondammo tre centri di scambio (uno specifico per l’e-government) con la Cina, dove c’è un mercato pronto a proiettare idee buone su un maxi schermo. Distrutti.

Accumulando ritardo non faremo altro che comprare poi quel che sarà stato nel frattempo brandizzato dai marchioni che fanno i regalucci ai ministrini. Questa forma di sottosviluppo culturale ci costa assai cara, finendo con il ricomprare fuori quelle stesse idee italiane che non sono state riconosciute quando erano Made in Italy. Ripeto: non ci vogliono materie prime, ci vuole cervello. E’ un mercato nel quale avremmo qualità per competere e vincere, senza rassegnarsi a esserne solo i clienti. Quando partì la telefonia cellulare fummo noi il mercato esemplare, salvo poi venderlo ai profittatori e finire colonizzati. Si potrebbe replicare il successo ed evitare l’epilogo, se solo ci mettessimo la testa, anziché i lombi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario