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Barracco: perché perdiamo in competitività

Made in Italy, bisogna saper adattarsi

La Boston Consulting Group evidenzia debolezze e opportunità italiane sul mercato globale

di Antonio Picasso - 06 luglio 2005

Competitività difficile, in un mercato difficile da affrontare. Preso atto del declino, adesso si cerca di carpirne le cause. La Boston Consulting Group è una società di advisory, attenta alle dinamiche del mercato internazionale, che ha effettuato un’inchiesta per mettere in luce i punti deboli dell’azienda Italia. “Il lavoro si è concentrato sull'osservazione di due mercati leader: Stati Uniti e Cina – spiega Tommaso Barracco, senior vice president della Bcg – per capire come il made in Italy vi si è inserito”. Negli Usa il marchio italiano vanta una presenza pluridecennale. In Cina, invece, la penetrazione è molto più complessa. Durante l’inchiesta sono state effettuate oltre cinquanta interviste a imprenditori e opinion leader italiani, americani e cinesi, che conoscono il nostro tessuto economico. L’obbiettivo era definire le opportunità e gli ostacoli che il made in Italy incontra mettendosi in discussione nei mercati stranieri. “Un primo risultato inatteso – prosegue Barracco – è una controtendenza alla situazione critica in cui versa l’azienda Italia. Piccoli e medi imprenditori hanno ben chiara la differenza che corre tra il nostro mercato e quello straniero”.

Un fenomeno su cui riflettere, questo, perché contrasta con le frequenti accuse di provincialismo della nostra imprenditoria. “Al contrario – precisa il dirigente della Bcg – anche se alle volte si tratta di singole persone, gli imprenditori italiani si espongono sul mercato internazionale. Perché sono curiosi e desiderosi di affrontarlo”. Un’intraprendenza supportata dalla consapevolezza delle nostre debolezze, che riflette la volontà di crescita e di espansione. Gli ostacoli, però, risiedono nel saper rendere compatibile il prodotto italiano ai prezzi stranieri. La domanda americana, per esempio, impone prodotti di buona qualità, ma dai costi contenuti. “Per il made in Italy, fondato com’è sul lusso, questo è un intoppo non da poco”. Situazione opposta è, invece, quella cinese, dove l’imprenditore si trova a dover competere con la bassa qualità e i prezzi stracciati. “Ecco, le difficoltà non sono di comprensione del paese in cui si esporta, ma di esecuzione. Sia tecnologica che organizzativa”. L’imprenditoria nostrana cerca in tutti i modi di conoscere il mercato straniero. Ma le risulta difficile il passaggio successivo per l’assenza di una politica, industriale ed estera, di supporto. “Nel solo 2004 sono state ben 450 le delegazioni italiane che hanno chiesto di conoscere il sindaco di Shanghai. Semplicemente conoscerlo. E per vari motivi”. Centinaia di iniziative private, volute e portate avanti senza un appoggio istituzionale. Ecco la debolezza della nostra economia. Uno spreco di energie, da parte di singoli soggetti industriali e commerciali, mandati allo sbaraglio. “E non si tratta di un difetto solo italiano, ma di un malessere di cui risente tutta l’Unione europea”.

Una soluzione, allora? “Di sicuro è necessario ridefinire il meccanismo di adattamento al mercato mondiale da parte dell’Ue”. Osserva Barracco. Perché il mercato mondiale è cambiato in modo sorprendente negli ultimi quindici anni e in Europa non si è avuto il tempo di rendersene conto e di prendere le adeguate decisioni. “A questo punto bisogna capire quale sia il nostro obiettivo”. Dice ancora l’analista. Il valore aggiunto del made in Italy è sempre stato l’alta qualità. Così è ovvio che non si possa puntare alla vendita di massa, ma a un consumatore particolare, con esigenze specifiche. D’altro canto, se si vuole tornare grandi sul mercato internazionale, è obbligatorio rivedere l’intero apparato produttivo nazionale. “E’ una questione di adattamento”. Per essere competitivi, bisogna aggiornarsi. Altrimenti, se si preferisce conservare le nostre caratteristiche di un’industria matura di mezzo secolo – e nessuno ce lo impedisce – si può continuare su questa linea. Senza poi lamentarsi della posizione di nicchia che il prodotto italiano ha occupato.

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