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Una sana e radicale rivoluzione culturale

Machete & cultura

Il nostro patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico è una miniera d’oro da sfruttare

di Davide Giacalone - 24 novembre 2010

Basta dire “spesa” per capire “cultura”? Ci sentiamo in pace con la coscienza se un film mattonata, una commedia mal riuscita, un sito archeologico in rovina consentono di elargire paghe in nome della cultura? I cineasti che hanno manifestato vogliono soldi pubblici e non protestano contro una commissione che stabilisce cosa è di valore e cosa no, cosa è culturale e cosa no. Roba che farebbe inorridire la cultura, se fosse tale.

La spesa pubblica andrebbe tagliata con il machete, azzerando rovi improduttivi che spezzano le gambe a chiunque provi a camminare verso le riforme e il rilancio della produttività. Abbiamo una pressione fiscale che asfissia i produttori di ricchezza, un sistema tributario di cui si promette e ripromette la riforma, ma, intanto, resta una giostra d’arrogante protervia, capace solo di aggravare la pressione con lo sberleffo della complicazione, eppure ad avere visibilità mediatica non è l’Italia che suda e sbuffa reggendo il macigno, ma quelli che ci ballano sopra.

Con tutto il rispetto per il Presidente della Repubblica e la sua sensibilità culturale, ma il problema non sono i tagli alla spesa per i siti archeologici, bensì il loro franare, il loro essere inaccessibili, il permanente spreco a cielo aperto in costanza di spesa. Il problema del teatro non è la soppressione del relativo ente, che quando c’era non giovava al palco scenico.

Detto in modo diverso: non guardate ai soldi che non si spenderanno, occupatevi di quelli che si continuano a buttare. Il nostro patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico è una tale miniera d’oro che i capitali affluirebbero copiosi, se solo fossimo capaci di una sana e radicale rivoluzione culturale. Ma i giornali pubblicano i lucciconi agli occhi di quelli che al mattino sfilano per la cultura cinematografia e alla sera reclamizzano le pellicole al ritmo di waka waka (che va benissimo, fanno benissimo, ma questo è sano mercato, che può essere fiscalmente sospinto non pubblicamente sovvenzionato).

La dottrina statalista e paternalistica suggerisce che è bene togliere i soldi dalle tasche degli italiani, incapaci di scegliere e bifolchi, in modo da disporne per abbeverare chi ha sete di sapienza, bellezza e arte. Salvo poi ingozzare cordate d’amichetti analfabeti e supponenti arrogantelli incolti.

E se li lasciassimo nelle tasche dei cittadini, quei soldi? Forse andrebbero di più al cinema o al teatro, forse comprerebbero più abbonamenti alla televisione a pagamento, finanziando così anche la produzione di film. So che si deve fare sia l’una che l’altra cosa, e che il compito della politica è quello di fissare un equilibrio accettabile, ma avverto che è proprio l’equilibrio ad essere saltato, allevando una genia di mantenuti che hanno paura di doversi misurare con il merito e il mercato. La gente non va a visitare i siti archeologici e i musei?

Forse sarebbe meglio affidarli al mercato e aprirli non solo negli orari d’ufficio, quando le persone normali lavorano. Si può andare a Pompei (da novembre a marzo dalle 8,30 alle 17, da aprile a ottobre dalle 8.30 alle 19,30), alla Valle dei Templi (8.30-19, Tempio di Zeus 9-17) o ai Fori Imperiali (dalle 9 alle 19, chiuso il martedì, perché alla follia non c’è limite) anziché andare in pizzeria? No, ci si può andare invece di lavorare. Alle feste comandate, naturalmente, chiudono.

E noi dovremmo finanziare questo bel servizio alla cultura. E’ culturale dare soldi pubblici a film che nessuno va a vedere? Serve a coltivare i geni, si dice. No, serve a far sopravvivere gli incapaci, rendendo più difficile (e costosa) la vita a chi vale. Risposta in automatico, data da quanti fanno fatica a pensare e far di conto: si taglino prima le auto blu. Le brucino, se è per questo, le polverizzino, costringano anche i ministri ad andare a piedi, anzi in ginocchio, procedendo sui ceci, ma non c’entra niente e sono dimensioni economiche totalmente diverse. Uno spreco non giustifica mai l’altro, semmai dovrebbero accompagnarsi al taglione.

Da autentici dissociati stiamo qui a darci di gomito sui tagliuzzi, ricoprendo di salamelecchi le vittime in cachemire e facendo ruotare la giostra della solidarietà priva di somma algebrica: no ai tagli alla scuola, no alla sanità, no alla cultura, no ai trasporti, no all’agricoltura, no alla ricerca e così via, ponendo poi scarsissima attenzione a come diavolo spendiamo quel che salviamo dalla falcidia.

Interessa il titolo, il messaggio, la bella parata. Della sostanza, chi se ne frega. Invece la sostanza è che in giro per l’Europa tira un’aria di riduzione drastica, per insostenibilità, del welfare state, sicché se non si trancia l’inutile va a finire che ci giochiamo l’indispensabile. Ma a noi che importa, quel che ci appassiona sono le primarie con cui Nichi Vendola batterà Pier Luigi Bersani e Italo Bocchino che scappa con il simbolo con su scritto il nome di Berlusconi, sostenendo che è suo. In attesa che i Vanzina raccontino, da par loro, questa pagina di costume.

Pubblicato da Il Tempo

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