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La speranza è che non lasci danni irreparabili

Ma la Finanziaria va scritta

Grazie a Siniscalco Tremonti avrà mano libera. Ma sarà inutile senza una politica industriale

di Enrico Cisnetto - 23 settembre 2005

Il ministro cambia, la Finanziaria resta (da scrivere). L’uscita di scena di Siniscalco – che solo uno sprovveduto non avrebbe messo in conto – e il ritorno di Tremonti con il contorno della giubilazione di Fazio – frutto di un suicidio da manuale del Governatore di Bankitalia – appartengono alla cronaca (misera) della politica, anche se tra non molto passeranno alla storia come uno dei momenti decisivi della definitiva caduta della Seconda Repubblica. Ma quel benedetto (maledetto) atto di governo che si chiama Legge Finanziaria, ormai da troppo tempo diventato un appuntamento rituale cui il governo giunge impreparato e con il respiro corto eppure unico strumento che il vecchio armamentario legislativo offre per tentare di definire uno straccio di politica economica, ebbene quel documento è ancora tutto da scrivere. E il problema quasi irresolubile di renderlo decente passa ora da Siniscalco a Tremonti senza soluzione di continuità. Tale era, il problema, e tale è rimasto.

Attenzione, non è che Siniscalco non avesse messo al lavoro i dirigenti del Tesoro e dunque fosse arrivato impreparato al momento fatidico. No, l’ex ministro la sua bella tabellina con i numeri delle entrate e delle uscite l’aveva predisposta e fatta girare tra i suoi colleghi. L’aveva chiamata bozza, per l’educazione che il “tecnico” deve ai politici. Ma ben sapendo che quella legge non è più il riflesso contabile di una politica economica, ma l’adempimento di un obbligo che suscita un dibattito privo della benché minima razionalità, dove gli inni alla serietà e severità si accompagnano alle invocazioni d’aiuti alle famiglie, gli uni e le altre privi di qualsiasi materiale consistenza. Anche quest’anno si stava arrivando all’indecorosa sceneggiata, in affanno di cassa e senza idee come sempre, ma con l’aggravante che l’incombere di una campagna elettorale sciaguratamente avviata un anno prima del voto aveva oscurato e reso marginale una discussione che di questi tempi gli altri anni era al suo apice. Sì alcuni ministri e qualche partito avevano fatto partire i primi siluri preventivi – quel tanto che è bastato per regalare (involontariamente) al buon Siniscalco la ghiotta occasione di dimissioni agognate nella speranza di un recupero di verginità (che già ieri Giavazzi, a nome di un certo mondo, gli ha concesso) – ma lo show down nel governo e dentro la maggioranza doveva ancora arrivare.

L’unica cosa buona di tutto questo è che adesso Tremonti sarà favorito nell’iter della Finanziaria, perchè probabilmente nessuno se la sentirà di mettergli più di tanto i bastoni tra le ruote. Questo non significa che il suo sia un compito facile. Deve trovare tra 11,5 miliardi (stima Siniscalco) e 13 miliardi di euro (stima Confindustria) per la correzione di bilancio concordata con la Commissione Ue. Cui se ne aggiungono almeno una decina per equità (aiuti alle famiglie e minor cuneo fiscale sui salari) e per lo sviluppo (taglio dell’Irap e finanziamento di infrastrutture). Siniscalco aveva immaginato di recuperare queste risorse facendo ricorso anche ad alcune poste ipotetiche, come quella derivante dalla (tardiva) lotta all’evasione. Ma da ministro tecnico che non aveva il problema di guadagnarsi il consenso alle prossime elezioni, più di tanto non era disposto a sporcarsi le mani. Per esempio, si è sempre detto contrario ad ogni nuova ipotesi di condono, fiscale o previdenziale che fosse. Della fantasia contabile di Tremonti non si può dubitare, e dunque è lecito attendersi novità dalla Fiannziaria che porterà di nuovo la sua firma. L’unica novità che, purtroppo, non c’è da aspettarsi, riguarda il modo di spenderli, quei 10 miliardi o giù di lì che rappresenteranno la parte di spesa della manovra. Impossibile attendersi quella che sarebbe la mossa più intelligente: la loro eliminazione. Non perchè Tremonti non ne avrebbe il coraggio, ma perchè nessuno nel centro-destra lo farebbe mai, a cominciare da Berlusconi. Eppure, a pensarci bene, sarebbe davvero la mossa più giusta: andare in parlamento e dire “siccome non c’è un disegno di politica industriale né è pensabile adottarlo a pochi mesi dalla fine della legislatura, decidiamo di evitare voci di spesa che avrebbero inevitabilmente un sapore elettoralistico”. Capisco che sia una provocazione, la mia, ma credo che pagherebbe anche sul piano elettorale, certo più delle comunque poche prebende che un po’ sperano di poter distribuire. In mancanza, sulla distribuzione di quel denaro si giocherà una doppia battaglia dentro la maggioranza: quella più politica dell’Udc, che certo utilizzerà la Finanziaria – come la Cirielli e la legge sulla devolution – per regolare i conti della sua permanenza o della sua uscita dal centro-destra, e quella più levantina dei mille rivoli di spesa che solitamente si decidono in parlamento con il fattivo coinvolgimento anche dell’opposizione. Speriamo che, essendo la quinta Finanziaria della legislatura, non lasci alla prima della prossima un’eredità insostenibile.

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