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Anas: cantieri chiusi, mancano 11,6 miliardi

Ma discutiamo sulle imposte di scopo

L’arretratezza infrastrutturale taglia le gambe alla crescita economica. Serve una scossa

di Enrico Cisnetto - 26 giugno 2006

Dolorosa ma inevitabile. Eppure non senza vie di uscita. La decisione dell’Anas di sospendere da luglio i cantieri autostradali è motivata dal fatto che non ci sono più soldi. E come darle torto. Perché la questione è stata per troppo tempo oggetto di rimpalli di responsabilità politiche, le quali hanno inficiato sul ruolo tecnico e quindi sull’alta responsabilità che l’Anas ha sull’economia del Paese.
Nel perdurante declino italiano, le infrastrutture rappresentano la priorità delle priorità. Anzitutto perché il comparto sconta un gap significativo (pari a circa il 50%) rispetto alla media europea, e poi perché allo stato attuale presenta una pesante strozzatura dal punto di vista dell’offerta. Il mancato sviluppo di strade, autostrade e ferrovie, infatti, taglia le gambe alla crescita nazionale. Perché senza strade, o con tempi di percorrenza impossibili, le imprese non lavorano. Secondo le recenti analisi di Mediobanca, al Centro-Nord, dove si concentra il maggior numero di piccole e medie imprese, si assiste a un fenomeno di “intasamento” delle attività produttive, che peggiora lungo la dorsale appenninica. Al Sud, poi, si paga a caro prezzo la mancanza di arterie autostradali e ferroviarie, con un conseguente pessimo sviluppo diffusivo delle aziende.
Va sottolineato, poi, che il costo eccessivo della mobilità interdisciplinare delle persone e delle merci è pari a due punti di pil, e peggio ancora, supera del 40% quello della media Ue. Ciò significa che in questi decenni i governi hanno operato sulla dotazione infrastrutturale del Paese poco e male, mentre si sarebbe dovuto investire non solo per rammodernare il sistema, ma anche per una ragione squisitamente economica, visto che le infrastrutture, per loro natura a basso contenuto di importazioni, producono un’effettiva crescita del pil, perchè i relativi costi non pesano sulla bilancia dei pagamenti.
Il problema sta nel trovare le risorse, viste le condizioni della finanza pubblica. Come? Razionalizzando le spese. In una situazione in cui ben l’80% della spesa in conto capitale è gestita dagli enti locali, la soluzione più ragionevole sarebbe quella di eliminare di colpo l’eccessiva ramificazione della spesa, potando l’albero e concentrando la spesa in capitale in un unico fondo, prima di indicare chiaramente quali siano le priorità da seguire. Sembra assurdo, infatti, che i soldi per la costruzione di piazze, mercati e fontanelle ci siano sempre, mentre gli 11,6 miliardi di euro chiesti da Di Pietro per le esigenze di cassa di Anas e Ferrovie del 2006, sono introvabili. L’operazione “fondo unico di spesa” sarebbe a costo zero. E in caso le risorse non fossero sufficienti, si potrebbero introdurre strumenti innovativi quali le imposte di scopo (ultima frontiera del diritto tributario). Prelievi fiscali ad hoc che, da un lato, responsabilizzerebbero direttamente i cittadini, dall’altro, garantirebbero piena trasparenza e controllabilità. Sono proposte, discutiamone e decidiamo. Una sola cosa è certa: non possiamo permetterci di chiudere i cantieri.

Pubblicato sulla Sicilia del 24 giugno 2006

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.