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L'abbattimento del debito pubblico

Ma che fine hanno fatto le privatizzazioni

Sono i partiti politici il vero ostacolo per l'attuazione della manovra

di Giovanni Somogyi - 31 dicembre 2011

Ora che la manovra del Governo Monti è stata definitivamente approvata, possiamo proporre qualche commento. In primo luogo, obiettivo principale della manovra era quello di mettere in sicurezza i conti pubblici, e tale obiettivo primordiale, per così dire, giustificava la severità delle misure approvate, tra le quali non è inutile ricordare ad esempio la sospensione della indicizzazione delle pensioni al di sopra dei 1.400 euro; sospensione che penalizza pesantemente molti redditi senz’altro modesti. Purtroppo i conti pubblici dell’Italia non sono stati affatto messi in sicurezza. Ciò non vuol dire che la manovra Monti sia stata inutile, ma evidentemente non è stata sufficiente. Lo spread rispetto al benchmark dei titoli di Stato tedeschi è tuttora a livelli molto alti, intorno ai cinque punti percentuali, e il costo del nuovo debito per il Tesoro italiano si aggira sempre sul 7% di interesse. E’ vero che,mediamente,il servizio del debito attualmente è meno gravoso, e almeno per un po’ resterà al di sotto del 7%; ma se non si provvedeesso diventerà presto un peso insostenibile per la nostra economia.

Come mai i mercati continuano a giudicare pericolosala situazione della nostra finanza pubblica? A differenza della Spagna, dove un rapido e drastico cambiamento politico ha permesso di insediare un nuovo governo stabile, nel caso dell’Italia ci troviamo con una maggioranza chiaramente temporanea, che potrebbe anche venir rovesciata (anche se ciò appare al momento improbabile); e in ogni caso tra poco più di un anno si tornerà a votare, ma sull’esito delle prossime elezioni è tuttora impossibile fare previsioni attendibili. Potrebbe succedere di tutto.Quindi fra un anno o poco più la situazione di pericolo imminente, che ha determinato il cambio di governo, può benissimo ripresentarsi; e sui mercati questa incertezza spiega bene la scarsa fiducia di cui gode il Tesoro italiano. Il problema principale che oggi ci troviamo di fronte è la minaccia incombente di una recessione. Per ora le previsioni sono di una diminuzione modesta del PIL italiano nel 2012; ma si tratta di previsioni molto incerte. Non si può escludere che sia in arrivo una recessione pesante, il cui effetto più pericoloso è certamente la diminuzione delle entrate fiscali. In questa disgraziata ipotesi, che cosa potremmo fare?

Non darei molto ascolto al tumultuare dei nostri economisti keynesiani, che hanno proposto una politica di accelerazione della spesa, e di riduzione della pressione fiscale; l’effetto più probabile di una simile strategia sarebbe a mio avviso l’impossibilità a breve scadenza, per il Tesoro dello Stato, di ottenere la sottoscrizione, o quanto meno l’integrale sottoscrizione, dei titoli pubblici da rinnovare, il cui ordine di grandezza ammonta a circa trecento miliardi di euroall’anno. Si tratterebbe dell’anticamera del default dell’Italia; per avere un’idea dell’ordine di grandezza del disastro, la spesa pubblica ammonta oggi a circa 700 miliardi di euro, e senza il rinnovo dei titoli in scadenza, verrebbe a mancare una cospicua aliquota della nostraprovvista finanziaria. Il Tesoro non potrebbe più garantire, tra le altre cose, il pagamento degli stipendi al personale delle pubbliche amministrazioni, il pagamento delle pensioni, il finanziamento del servizio sanitario nazionale.

Né mi pare possibile, nell’ipotesi che la recessione determini un sensibile ridimensionamento delle entrate dello Stato, ed il conseguente mancato raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio per il 2013, procedere con una ulteriore manovra di prelievo fiscale. Intanto si determinerebbe un circolo vizioso tra aumento della pressione fiscale e recessione, l’uno e l’altra sempre più pesanti. Oppure potremmo assistere ad uno sciopero dei contribuenti, che non sarebbe nemmeno una novità; qualcuno forse ricorda che diversi anni fa fu introdotta la cosiddetta “tassa sul medico”, che venne evasa da milioni di contribuenti, ed evasa con successo, perché (e potrei citare altri casi meno noti) se gli evasori sono milioni non possono certo far molto le poche decine di migliaia di finanzieri di cui dispone il nostro Paese.

A questo punto, quindi, l’unico rimedio potrebbe essere quello di procedere con una manovra straordinaria di abbattimento del debito pubblico, la cui paurosa dimensione è il vero cancro che minaccia la nostra economia, e che è alla base della sfiducia dei mercati. A questo proposito val la pena di osservare che fino alla scorsa estate la dimensione del nostro debito pubblico non aveva determinato conseguenze pesanti sul rifinanziamento del debito; ma ricordo che, nel corso di un convegno della Fondazione Manlio Resta a Verona nel giugno scorso, ebbi modo di osservare (ma certo non ero il solo a esprimere queste preoccupazioni) che la situazione economica italiana era molto pericolosa; al primo passo falso la speculazione internazionale, che muove giornalmente migliaia di miliardi, ci avrebbe messo con le spalle al muro. E il passo falso fu rappresentato dall’evidente incapacità del Governo Berlusconi, e specialmente del suo Ministro dell’Economia Tremonti, di tenere la situazione sotto controllo, e dal conseguente smottamento dei consensi parlamentari. La manovra di abbattimento del debito pubblico non può però in nessun caso consistere in un prelievo straordinario di carattere patrimoniale. C’è stato chi ha parlato di un prelievo dell’ordine delle centinaia di miliardi. Si tratta, con tutto il rispetto che si può avere per gli estensori della proposta, di una follia.

Ma invece una via di uscita c’è, e se ne è anche parlato, stranamente però per poco tempo, e per il momento tutto tace: la via d’uscita consiste nella vendita dell’enorme patrimonio dello Stato e degli altri Enti pubblici. In una occasione ufficiale, poco tempo fa, presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze si è stimato che l’ammontare di tale patrimonio raggiunge i 1.800 miliardi di euro, un ordine di grandezza non lontano da quello del debito pubblico. Non è detto naturalmente che tale stima sia precisa, e non è detto che si tratti di un patrimonio facilmente vendibile. Nella sua recente conferenza stampa di fine anno, il Presidente Monti ha dichiarato che l’ipotesi della privatizzazione del patrimonio pubblico viene presa in considerazione, ma per il momento è apparsa prioritaria la manovra sui flussi di entrata e di uscita del bilancio pubblico, al fine di conseguire per l’anno 2013 un assetto in pareggio.

Si può anche essere d’accordo sulla priorità della manovra di bilancio, il cui pareggio, realizzato l’ultima volta oltre un secolo fa, potrebbe avere un impatto simbolico molto forte; e a parte il simbolo, il pareggio significherebbe che il Tesoro dovrebbe garantire solo il rinnovodel debito in essere, e non anche il suo incremento. Ma abbiamo appena visto che l’elemento di pericolo insito nella nostra situazione finanziaria è l’enorme ammontare del debito, e quindi il suo ridimensionamento appare la vera priorità da perseguire, se non nell’immediato, quanto meno a medio termine. Risulta perciò poco comprensibile che di questa priorità non se ne parli proprio, mentre sarebbe logico, e opportuno, che il Governo rendesse nota la sua volontà di alienare almeno una parte cospicua delle proprietà pubbliche e la sua intenzione di porre immediatamente allo studio le modalità concrete della realizzazione di tale obiettivo.

Tanto più logica appare questa linea di condotta, in quanto non occorrerebbe certo lo smantellamento di tutto il debito; molti Paesi, fra i quali gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, il Giappone, e tanti altri, hanno debiti in essere di tutto rispetto. Per modificare l’atteggiamento dei mercati probabilmente basterebbe una strategia di significativo abbattimento del debito, dell’ordine, a mio avviso, di un centinaio di miliardi. Tale obiettivo potrebbe essere conseguito in tempi non lunghissimi, se si decidesse di procedere con la vendita di importanti partecipazioni azionarie - la Rai, le Poste, le Ferrovie, la Finmeccanica, l’Enel, l’Eni - e naturalmente di un cospicuo ammontare di proprietà immobiliari. Mi rendo conto che una simile proposta può sembrare una bestemmia, agli occhi di molti. Vendere la Rai? Vendere le Poste? Vendere una impresa “strategica” come l’Eni? Già sembra di sentire l’altissimo coro di proteste. Ma occorre riflettere.

L’alienazione del patrimonio pubblico è ormai una via obbligata. L’alternativa è quella di una pressione fiscale insostenibile, e di una condanna della nostra economia a condizioni permanenti di recessione. E poi che cosa ci sarebbe di strano nel vendere la Rai? Si tratta ormai di un carrozzone lottizzato: quale utilità può esserci per il Paese, di affidare le trasmissioni televisive a propagandisti faziosi di questo o quell’indirizzo politico? E vendere le migliaia di sportelli postali presenti su tutto il territorio nazionale, a una o più grandi banche internazionali, non li trasformerebbe forse in strutture concorrenziali, mentre oggi le Poste sono una istituzione lenta, pesante, priva di stimoli veri verso la crescita e l’efficienza?

Temo che il vero ostacolo ad un simile programma si trovi nell’atteggiamento dei partiti politici (e aggiungerei dell’alta burocrazia amministrativa e giudiziaria), che da decenni sono abituati a considerare le proprietà pubbliche come dei feudi a loro disposizione, come terreni di pascolo utili per fornire voti, per consentire operazioni al limite della legalità, e nei casi peggiori oltre tale limite, per costituire utili sbocchi professionali in tanti consigli di amministrazione, in tanti collegi sindacali, in tante attività di consulenza. E si può ben temere che il Governo in carica possa trovare più facilmente il coraggio di infliggere alla popolazione stangate fiscali, piuttosto che entrare in conflitto con i corposi interessi di coloro che in Parlamento votano. Ma se fosse così, il nostro avvenire sarebbe certamente del tutto compromesso.

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