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Public Policy

Quello che non abbiamo o abbiamo fin troppo capito

Ma che colpa abbiamo noi?

La lotta contro il tempo del governo Monti e dell’Europa

di Elio Di Caprio - 09 gennaio 2012

Noi, l’Europa, il mondo, il governo Monti. Cosa abbiamo capito finora ? Aumentano le informazioni e le fonti, dovremmo sapere tutti di più, ma non è così. Gli “arcana imperii” del primo secolo globalizzato della storia umana non sono svelabili o forse sono troppo remoti e non c’è nulla da svelare. E’ meglio arrendersi e prendere atto delle “tendenze oggettive della Storia”, come dice Emanuele Severino, quelle che stanno svuotando i significati della politica e delle ideologie in tutti i Paesi del mondo? E’ come se nel mondo fossero sparse tante bombe ad orologeria pronte ad esplodere in mano a non si sa chi.

Sembra una bomba ad orologeria anche quella dell’euro in cui siamo totalmente immersi in una posizione rivelatasi improvvisamente fragilissima : non è una congiura, ma tutto congiura ad un esito che sembra prescritto, quello di un’Europa che uscirà comunque menomata dalla crisi e dovrà accontentarsi di un euro svalutato e subalterno ( altro che valuta alternativa al dollaro!) o di porsi al traino di una Germania super potente e chi ci sta ci sta. Se questo sarà il punto d’arrivo l’avrà vinta l’euroscetticismo che, al di là del destino dell’euro, già sta minando alla base l’idea di un’Europa politicamente unita. Serve a poco indignarsi a turno contro noi stessi, l’Europa o l’intero mondo se (ri)appaiono logiche di potenza nazionali o continentali con lotte neppure tanto sotterranee tra aree economiche in competizione che la crisi finanziaria ha improvvisamente messo in luce. Se persino il Presidente degli USA si è detto preoccupato del debito italiano per le conseguenze indirette che la sua maldestra gestione a livello europeo potrebbe comportare sui mercati finanziari di mezzo mondo qualche ragione c’è, non può essere solo un messaggio propagandistico. Eppure sono gli stessi USA che agli albori del millennio ( già prima di Obama, con Obama, e probabilmente sarà lo stesso anche dopo Obama) continuano a mostrarsi inspiegabilmente passivi rispetto ai mercati finanziari e ne rifiutano ostinatamente ogni controllo e regolamentazione.

E l’Italia che fine farà? Tra interessi nazionali, interessi europei e ricerca di nuovi equilibri mondiali, più dei debiti sovrani di cui sembra quasi a comando si siano accorti i mercati contano i numeri e le cifre che formano il quadro complessivo in cui ci muoviamo o siamo costretti a muoverci. Le cifre di carattere globale dell’economia, virtuali o reali che siano, sembrano non avere alcuna attinenza con il destino economico dei singoli Paesi. Se la Grecia o l’Italia vanno in default o non sono aiutati dall’Europa anche a costo di un fallimento dell’euro cosa c’entrano, ad esempio, i prodotti derivati e l’economia di carta a cui molti analisti fanno risalire gli sconquassi a catena che ora sono arrivati a colpire e a contagiare l’Europa ? Se l’Italia sconfigge o riduce l’ evasione fiscale fa il suo interesse e forse quello europeo in questo particolare frangente storico, ma certo non riduce così i rischi globali. E allora qualcuno può pensare: perché farlo così precipitosamente dopo anni di inedia?

Le cifre dell’economia di carta che sovrasta quella reale sembrano sconosciute nella loro dimensione reale agli stessi governi, il mercato dei derivati non è stato regolamentato a seguito dello scoppio della bolla finanziaria nel 2008 e mai lo sarà fino a quando inglesi e americani non accetteranno neppure una “Tobin tax” sulle transazioni finanziarie. Ciò potrebbe spiegare almeno in parte la confusione errabonda con cui da più di tre anni non si trovano rimedi alla crisi. Poi scopri che una qualche credibile valutazione del mercato dei derivati esiste con i dati provenienti dalla Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea che vengono così riportati nell’ultimo numero di Limes: il valore nominale dei principali derivati tra cui i famosi credit default swaps detenuti dalle istituzioni finanziarie è vertiginoso, è pari a 700 trilioni dollari, comparato ad un PIL mondiale di 63 trilioni di dollari e a un debito pubblico americano valutato in (soli?) 14,2 trilioni. Dei 700 trilioni di dollari detenuti dalle 10 principali banche internazionali 250 farebbero capo a cinque banche americane a scopi più speculativi che assicurativi. Se lo scompenso tra tali cifre virtuali in giro per il mondo e l’economia reale fosse vero o verificabile, se le scommesse finanziarie continuano a prevalere sull’economia reale ( anche quella sul destino dell’euro?) possiamo ben capire su quali basi si è messa in moto la finanza mondiale negli ultimi anni abbracciando, catturando e invadendo con una logica da Grande Fratello tutti gli ambiti possibili, dal settore immobiliare a quello delle materie prime ed energetiche e un domani alle stesse risorse alimentari.

A fronte di questa “realtà virtuale” che sembra dar ragione alle posizioni di critica all’usurocrazia portate avanti dal poeta – economista Ezra Pound negli anni ’40, vanno però considerate le cifre (inferiori) purtroppo vere e reali dell’Italia e dell’Europa, quelle dei debiti sovrani che troveranno sempre più difficoltà a finanziarsi in un quadro di correlazione e di concorrenza dei mercati globali, quelle dei deficit che non si riescono a risanare nei tempi dovuti, quelle dei costi della recessione che sembra abbia investito l’Europa prima di altri mercati . E veniamo all’Italia. E’ questo lo spietato contesto, la terra incognita che già ci ha costretto ad un cambio di governo fuori tempo massimo con la speranza che Mario Monti sappia meglio destreggiarsi del precedente governo nell’arena europea messa sotto scacco dai mercati. Per salvare l’Europa o l’Italia o attraverso l’Italia l’Europa, come ha declamato di recente Eugenio Scalfari? E con quali mezzi al di là di una nuova rispettabilità e di una nuova credibilità italiana faticosamente raggiunta? Gli sforzi per debellare la crisi a livello di comunità nazionali, compresa la nostra, hanno a questo punto un che di surreale se rapportate alla proporzione delle forze in campo ed ai tanti condizionamenti di carattere globale che ci circondano.

La lentezza delle forme della politica italiana contrasta più che mai con la velocità dei processi in corso mentre è diventata superveloce la comunicazione propagandistica senza pensiero e cultura derivante dai lasciti della precedente stagione. Si dice che il governo Monti sia stato voluto e imposto dai mercati ma poi non si sa spiegare perché i mercati continuino a punire noi e il governo con lo spread che non s’arresta e va sempre più su. Il tema prevalente del dibattito pubblico italiano più che sull’euro o sui btp in scadenza da rinnovare ruota attorno ai costi della politica e sull’evasione fiscale a partire da quella “scoperta” a Cortina d’Ampezzo, temi importantissimi in sè e finora irrisolti tanto da essere scaduti per anni in un’impotente protesta qualunquista, ma che a poco servono per esorcizzare e far dimenticare gli impegni che attendono l’intera comunità nazionale a cui viene lasciata l’illusione che in poco tempo – non ci riuscirebbe neppure un governo dittatoriale- si possano turare le falle più vistose del nostro vivere collettivo. La verità è che abbiamo perso la lotta contro il tempo e forse la sta perdendo la stessa Europa. Se lo spread rimane o si allarga, questo può diventare un buon alibi per chi è pronto a sconfessare i principali provvedimenti di austerità del governo Monti fin qui propagandati come “salva-Italia”.

Ma la rivincita “politica” di Monti e del suo governo può andare ben al di là dei risultati ottenibili a livello europeo dove l’Italia si (ri) presenta dopo aver fatto i compiti a casa per almeno potersi agganciare in ritardo al nuovo direttorio franco-tedesco, più tedesco che francese. La rivincita di Monti, ammesso che l’intera compagine governativa ne sia all’altezza, può essere proprio quella di aver colpito all’inizio i “soliti noti”, la maggioranza, per poter avere mano libera a far digerire riforme e tasse che penalizzano le categorie più privilegiate che sono molto più ampie di quel che si potrebbe immaginare. Un disegno machiavellico per le riforme con il pretesto della crisi finanziaria? Forse non possiamo e non potevamo fare di più ma sarebbe già tanto se venissimo a capo del “disordine organizzato” all’italiana su cui fiorisce un diffuso e costoso sistema parassitario che ci immobilizza. La strada è lunga, ma se non altro, grazie ad un vincolo esterno e a un governo di presunti tecnici, l’Italia potrebbe (ri)cominciare a muoversi meglio nella terra incognita di domani, con o senza euro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario