ultimora
Public Policy

La politica di fronte alle sfide del mercato

Ma è davvero tutto global?

La globalizzazione non giustifica tutto. La politica torni a decidere libera da ideologie

di Antonio Gesualdi - 16 marzo 2007

E" tutta colpa della globalizzazione. E allora rimuoviamo la globalizzazione. Confesso che trattengo a stento, ormai, i conati di vomito quando leggo, intervisto o ascolto delle cause della globalizzazione. Se le aziende licenziano o assumono è perché c"è la globalizzazione. Se i veneti vogliono il federalismo è perché la globalizzazione ha spostato la competizione dall"impresa al territorio.

Se crollano le borse o scoppia la bolla del mercato immobiliare è perché siamo nella globalizzazione. Pure le guerre all"Iraq, all"Afghanistan, e le tensioni in Corea, Iran, Cecenia sono dovute alla globalizzazione. E, perché no, anche la nostra vallettopoli da strapaese ha un non so che di globalizzazione: il pm si chiama Woodcock, che non è proprio un cognome lucano.

Allora se la globalizzazione è la causa di tutti i mali - visto che al massimo il beneficio che ne traiamo è di trovare qualche maglietta a buon mercato tra le bancarelle - perché non ce ne sbarazziamo? E" vero che c"è una certa globalizzazione (che, però, i francesi chiamano "mondializzazione", a dimostrazione che si tratta di ideologia e non di dato di fatto!), ma è una globalizzazione dominata da un gigante demografico che pratica il capitalismo totalitario che non si è mai visto in Europa se non nella parentesi nazista e stalinista. E" una globalizzazione totalitaria, ideologica e dove la proprietà privata della terra resta, comunque, allo Stato. Niente di quel capitalismo si muove senza il partito-Stato. E" una globalizzazione totalitaria. Per stare più leggeri ci può bastare anche la definizione di "mercatismo" che il liberale, tributarista, ex ministro dell"Economia, Giulio Tremonti ha tratteggiato in "rischi fatali": "il trasferimento nel campo del mercato di un"ideologia dogmatica e assoluta".

Dunque globalizzazione, mondializzazione o mercatismo che dir si voglia ci portano sempre nella stessa direzione: ideologie di mercato dogmatiche e assolute. Ora liberali dogmatici e assolutisti non se ne concepiscono nella logica e nella storia e dunque di questo concetto - la globalizzazione - o si procede ad un ridimensionamento o, meglio, alla liquidazione. A partire dalle analisi perché dire che tutto dipende dalla globalizzazione è come dire che niente dipende dalla globalizzazione. E, questa benedetta globalizzazione, non sarà certo lo Spirito Santo. Su questo, mi pare, che Società Aperta ha più volte insistito per un liberismo non di scuola e per scelte e posizioni di governo pragmatiche e non ideologiche. Del resto solo un ritorno alle frontiere statali o degli Stati Uniti d"Europa sarà possibile un ritorno a pratiche di gestione del bene comune in un"area di competenza politica che possa avere qualche influenza sul mercato economico. Insomma oggi la Politica non conta niente perchè non ha il controllo del proprio territorio, delle proprie nazioni.

Il problema è che i politici - avendo perso la bussola - continuano a battere soltanto il tema dell"economia: e l"economia, sia sa, è la più triste delle scienze umane. E allora tra tasse e disoccupazione si infila sempre qualcosa sulla globalizzazione. E così il discorso - sempre più vuoto - tira avanti. Ma le società sono fatte anche di affetti, di idealità, di piaceri e dispiaceri, di amori e violenze, di luoghi, di scontri e convivenze. Di identità. Esiste anche il protezionismo, la sovranità, la solidarietà tra chi lavora e chi investe, tra profitto e lavoro. Esiste anche altro al di là dell"ideologia della globalizzazione. Ma su tutto questo la Politica si dimostra completamente analfabeta. Sarà colpa della globalizzazione?

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario