ultimora
Public Policy

L'asse Roma-Londra

L'utile albione

Alle condizioni dell’asse germano-francese non possiamo stare, vale la pena lavorare a un’intesa meno superficiale con gli inglesi.

di Davide Giacalone - 19 luglio 2013

Quella inglese è una sponda da utilizzarsi, per mandare qualche palla a colpire il filotto sull’asse germano-francese. Sarebbe stato interesse francese il sottrarsi alla tutela tedesca, ma la debolezza di Hollande gli ha fin qui impedito d’interpretare la maggiore integrazione non come tradimento del tradizionale nazionalismo francese, ma come strumento per la tutela degli interessi nazionali. Supporre di poterli difendere dipendendo dall’ombrello tedesco significa sottoporsi a un rischio notevole. Noi abbiamo già pagato, e continuiamo a pagare. Da noi coltivare l’illusione dei governanti francesi non è neanche possibile, allora: perché non usare la sponda inglese.

Noi e il Regno Unito condividiamo una politica atlantica con un solido passato. Negli anni in cui la Germania aveva come sua principale preoccupazione la riunificazione e la Francia il desiderio di affermarsi come forza nucleare indipendente, noi e gli inglesi ci trovavamo coerentemente nella Nato. Fianco a fianco in molte missioni militari internazionali. Il che conta, e molto. I conservatori inglesi hanno sempre condannato la burocrazia europea, talvolta esagerando. Da quando l’Unione realizzata è quasi solo burocratica, però, quella loro sensibilità torna assai utile. Da quando è evidente il drammatico deficit democratico di istituzioni che dovrebbero governare il continente in cui nacque la democrazia, poi, il loro richiamo alla legittimazione politica è materia preziosa.

Contrariamente a quel che desiderava Tony Blair, non aderirono all’euro. Né poi c’entrarono. Questo indebolì il loro peso politico, pur rimanendo parte essenziale dell’Unione. Ma da quando è proprio l’euro, con le sue debolezze istituzionali e la sua inconsistenza politica, a essere divenuto non causa della crisi, ma impedimento all’affrontarla efficacemente e cappio stretto alla gola di chi è in maggiore difficoltà, ecco che la posizione inglese torna ad essere interessante. E pesante. Nel Regno Unito non sono certo in condizioni economiche solidissime, avendo alle spalle un vasto processo di deindustrializzazione e un debito pubblico troppo alto. Ma quel che loro possono fare con la sterlina è quel che a noi è reso impossibile dall’euro, in un processo di continuo indebolimento che sposta sempre più il baricentro continentale nel cuore produttivo della Germania. E’ fin troppo evidente che un simile spostamento porta con sé rotture gravi. Sarebbe toccato a Italia e Francia far da contrappeso, ma la prima è stata stroncata dalla speculazione esterna e dall’inconsistenza interna dei suoi governi, la seconda è stata immobilizzata dalla paura di Hollande, dopo essere stata spiazzata dagli errori di Sarkozy.

David Cameron ha le sue difficoltà. Per mantenere la guida del Paese è stato costretto a promettere un referendum sulla permanenza o meno nell’Ue. Sa benissimo che uscire sarebbe un errore, gravido di conseguenze nefande, e lo ha anche detto. Ma ha bisogno di dimostrare che qualche cosa cambia, che la spinta verso liberalizzazioni e deburocratizzazioni sortisce degli effetti. Noi abbiamo quello stesso interesse. Dentro l’Unione siamo Paesi con eguale dignità, ciascuno dei fondatori indispensabile per il futuro. Non ci sarebbe Ue senza l’Italia o la Germania, o la Francia. Siamo fratelli in un destino che non si rassegna alla perdita di peso e rilevanza, dopo essere stati a lungo il centro della storia occidentale. Ecco, fra fratelli si ha il dovere di parlare chiaramente: noi alle condizioni dell’asse germano-francese non possiamo stare, per questo vale la pena lavorare a un’intesa meno superficiale con gli inglesi. Proprio per restare uniti, chiarendo a tutti che la casa è comune, senza che nessuno sia ospite o protettorato di altri.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario