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Crescita

Luci e ombre del decreto sviluppo

Il decreto sviluppo contiente provvedimenti positivi. Arriva però con ritardo e con poche risorse a disposizione: contribuirà a ridurre il gap di competitività dell'Italia. Il vero problema rimane: basta dare buone vitamine ad un paziente che abbisogna di un elettroshock?

di Enrico Cisnetto - 18 giugno 2012

Utile. Un buon primo passo. Ma tardivo (non per colpa di chi l’ha redatto) e soprattutto privo di impatto forte in una fase in cui sarebbe assolutamente necessario imprimere una svolta all’economia. È questa, a caldo, l’impressione che si ricava leggendo il testo dei provvedimenti per lo sviluppo varati dal governo dopo una gestazione che, come al solito, ha visto contrapposti il ministero dell’Industria e il Tesoro. E qui c’è il primo, decisivo limite del pacchetto voluto dal ministro Passera: le risorse. Non avendo il governo fatto preventivamente quella manovra che il sottoscritto e altri gli avevano ripetutamente suggerito e a cui ora sembrerebbe volersi accingere – cedere patrimonio pubblico per abbattere debito e recuperare denaro da investire in conto capitale e per abbattimento di tasse su imprese e lavoro – ecco che il perimetro in cui suo malgrado Passera è stato costretto a muoversi non poteva che essere ristretto. Limite a cui se ne aggiunge un altro non meno importante: il carattere non sufficientemente straordinario dei provvedimenti. Lui aveva preventivamente messo le mani avanti: “non serve un’ideona”. In realtà ce ne sarebbe stato bisogno, ma non ce n’erano le condizioni. La nostra economia viene infatti da una lunga fase prima di stagnazione e poi di recessione: dal 2000 al 2007 era cresciuta al ritmo di 1,4 punti di pil all’anno, per un totale dell’11,2%, mentre dal 2008 al 2012 (supponendo che quest’anno faccia -1,7%, stima che considero prudenziale) avrà perso complessivamente sei punti e mezzo, per cui dall’alba del terzo millennio in poi la media di crescita annua risulta di un miserando 0,36% per un totale complessivo di 4,7 punti in 13 anni. Niente. Se a questo si aggiunge la fase depressiva che stiamo vivendo – dovuta, in un rapporto sia di causa che di effetto, ad un mix di credit crunch, moralismo fiscale, fuga da investimenti e consumi, perdita di credibilità della politica e delle istituzioni, caduta di ogni prospettiva per il futuro – ecco che risulta semplice capire come la scossa cui occorre sottoporre il sistema è da vero e proprio elettroshock. Anche perché nel frattempo è definitivamente entrato in crisi il vecchio modello di sviluppo, come dimostra il fatto che nella classifica mondiale della produzione manifatturiera l’Italia è scivolata dal quinto all’ottavo posto, sorpassata da India, Brasile e Corea del Sud, e come suggerisce la crisi d’identità di un terziario rimasto scarsamente innovativo nonostante faccia il 70% del pil. E senza che sia stato immaginato un modello sostitutivo, gli stimoli pensati per la vecchia mappa del capitalismo made in Italy rischiano di non essere capaci né di rianimare ciò che è andato in crisi (con ritardo rispetto ai cambiamenti introdotti da globalizzazione e rivoluzione tecnologica) né di essere sufficienti a promuovere il nuovo. Tuttavia, come hanno rilevato Confindustria e molte altre organizzazioni imprenditoriali, le misure in materia di infrastrutture (project bonds, riqualificazione degli edifici, efficienza energetica), energia e finanza d’impresa sono rilevanti, così come è particolarmente apprezzabile la creazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale. E certamente contribuiranno a ridurre il gap di competitività che ci separa dai paesi nostri competitor. Il vero problema rimane: basta dare buone vitamine ad un paziente che abbisogna di un elettroshock?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario