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Settimana calda

Loro Piana, inutile stupirsi

Perfavore, non piangete sul cachemire versato

di Enrico Cisnetto - 12 luglio 2013

Adesso, per favore, risparmiamoci le lacrime di coccodrillo. Sì, dopo tanti marchi del made in Italy, ultimo la pasticceria Cova, come pure molte eccellenze del manifatturiero più tecnologico, ora è toccato anche al mitico cachemire di Loro Piana prendere il volo e finire sotto padrone straniero, e segnatamente il gruppo francese LVMH che già possiede Bulgari e Fendi ed ha appena comprato proprio Cova. Sì, è vero, non c’è niente di più italiano che lo stile “tasmanian” dei fratelli Loro Piana, dell’uso della vicuna piuttosto che altre fibre eccezionali, dalla fior di loto alla lana extrafine di Merino. Ma a nessuno venga in mente di mettere in croce Sergio e Pigi Loro Piana per la scelta che hanno fatto: non si può chiedere a nessuno di fare l’eroe e rinunciare non solo a 2 miliardi – tanto quanto è stata valutata l’azienda di Quarona Sesia – ma pure, e per molti versi soprattutto, alla prospettiva di crescere a livello mondiale, ricchi mercati asiatici in primis. Cosa avrebbero dovuto fare i due fratelli piemontesi?

Loro dicono che quelle sull’italianità perduta dell’azienda che hanno creato e portato al successo sono polemiche da campanile, e rivendicano di aver pattuito con Bernard Arnault di rimanerne alla guida. Non è proprio così: la conservazione della proprietà italiana è un valore non secondario e in questi casi, anche se LVMH è diventata grande proprio perché rispetta l’identità dei marchi che acquista, è impossibile che la nuova proprietà rinunci a colonizzare ciò che ha comprato. Tuttavia, se non ci sono le condizioni per mantenere italiane aziende strategiche e simboliche la colpa non è degli imprenditori che decidono di venderle, ma del “sistema-paese” che quelle condizioni non ha saputo crearle. La globalizzazione ha reso necessarie dimensioni produttive e articolazioni commerciali planetarie, e grandi conglomerate come LVMH avremmo potuto e dovuto crearle anche noi. Non averlo fatto – ed è una colpa dell’intero sistema economico e finanziario, oltre che della politica – ora implica che le singole aziende italiane siano inevitabilmente, e giustamente, attratte dai gruppi esteri.

Possibile che proprio nella moda non esistessero – parlo al passato perché ormai i buoi sono scappati – degli Arnault o dei Pinault made in Italy? Forse i francesi sono oggettivamente più bravi, oppure – e io propendo per questa seconda ipotesi – operano in un humus più favorevole. Il caso Dolce&Gabbana di cui mi sono qui occupato ne è esempio lampante. E, purtroppo non isolato. Dunque, è inutile piangere sul latte versato. Al contrario, prendiamo atto che lo scenario è cambiato e cerchiamo di resettare il nostro capitalismo sulla base delle nuove e non negoziabili regole del gioco. E auguri a Sergio e Pigi Loro Piana per la nuova frontiera di lavoro e sviluppo in cui si sono collocati. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario