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Balle e balle

L'oro della spazzatura

Impariamo da Norvegia e Svezia, dove i rifiuti generano, grazie ai termovalorizzatori, energia e ricchezza, senza inquinare.

di Davide Giacalone - 06 maggio 2013

Mentre l’Italia, con Roma capitale anche in questo, affonda nella spazzatura e nelle discariche, in Svezia e Norvegia si trovano a fare i conti con un’emergenza rifiuti che da noi sarebbe considerata paradisiaca: ne hanno troppo pochi. Hanno commesso un errore, che se qualcuno lo avesse fatto anche dalle nostre parti meriterebbe un monumento: sono stati costruiti troppi impianti di termovalorizzazione. Il che crea loro un guaio serio, visto che da quegli impianti deriva l’energia elettrica e il riscaldamento per gran parte della popolazione. La drammatica e ridicola arretratezza italiana è il frutto sì di una classe dirigente e politica pietosa, ma anche di una popolazione con scarso senso della realtà, di un sistema dell’informazione drogato dall’idea che denunciare e maledire serva a vendere ed essere ascoltati, di una collettività (di cui, ovviamente, faccio parte) tendenzialmente idiota.

Dunque, si diceva della Norvegia e della Svezia, che ogni anno buttano nelle loro discariche il 2% dei rifiuti. Da noi si considera un gran successo se il 30-40% dei rifiuti riesce ad essere trasformato in combustibile. E la percentuale non si riferisce mica alla totalità dei rifiuti, come nei due paesi nordici, ma a quelli trattati. Bruciando rifiuti, ricavandone calore e energia, i loro impianti salvaguardano l’ambiente, immettendo nell’atmosfera gas serra in misura largamente inferiore da quelli sprigionati da una discarica. A volere tacere di tutti gli altri avvelenamenti che da quelle derivano. Da noi, invece, se proponi di aprire impianti per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti ti trovi subito a fare i conti con qualche decina di comitati civici che gridano contro i veleni. E l’inquinamento, invece, non solo lo difendono, ma lo promuovono: la diossina derivante da discariche è infinitamente superiore a quella da combustione. I veleni delle discariche li mangi e li respiri, quelli della combustione li imprigioni nei filtri e li porti sotto il livello prodotto dalle nostre caldaie. Noi stiamo utilizzando il sistema più dispendioso, puzzolente e inquinante, ma lo facciamo in nome del non inquinamento e del blocco di ogni iniziativa economicamente sensata. Loro, in nome del buon guadagno, stanno vivendo con il sistema più redditizio, più profumato e meno inquinante. Vogliamo parlarne, ai tanti forsennati prezzolati dell’ecologismo medioevalistico e affaristico?

La Norvegia è un Paese produttore di petrolio, ma lo esporta, arricchendosi. Alla produzione d’energia provvede in parte significativa la spazzatura (oltre che l’idroelettrico). Nel rifornirsi di spazzatura, questi paesi non affrontano una spesa, ma un guadagno: 100-150 euro a tonnellata. Chi paga? I fessi che sanno solo buttarla nelle discariche e che se le ritrovano piene, fetenti e avvelenanti. Noi. Paga il contribuente italiano, che così riesce a diventare più povero e vivere in un ambiente più sporco. Ma è lo stesso contribuente poi pronto a opporsi agli impianti, anche perché sospinto da informazioni distorte (brava, invece, Elena Dusi, su Repubblica). E’ il contribuente che vuole l’acqua “bene pubblico” pensando così di opporsi ai profittatori privati, invece consegnandosi nelle mani delle municipalizzate politicizzate, inefficienti e tassatorie. E’ il contribuente pronto a credere a tutte le balle che gli raccontano, ma non disposto a vedere le balle di spazzatura che paghiamo per chiedere agli altri (anche tedeschi e olandesi) di sfruttarle e arricchirsene, dato che noi non ne siamo capaci.

Passiamo alle proposte: telecamere, giornalisti non anticipatamente deviati, gruppi politici e scolaresche vanno portati in gita a Oslo o a Roskild (Danimarca). Nel programma è prevista la colazione al sacco, nei prati antistanti quegli impianti. Poi si replica lo stesso viaggetto a Malagrotta, o da qualche altra parte deve noi buttiamo la nostra incapacità nelle buche. Quindi li si porta in televisione e si fa raccontare loro come stanno le cose. A quel punto s’istituisce una forza speciale per la protezione degli ecologisti difensori dell’inquinamento e della povertà, in modo da evitare ogni incivile degenerazione. Si crea l’autorità unica nazionale per la gestione rifiuti, si smette di credere e far credere che problemi grandi possano essere affrontati da politici piccoli, e si fanno partire gli investimenti per la nascita di un ciclo nazionale integrato per lo sfruttamento dei rifiuti. In cinque anni avremo trasformato un problema in un’opportunità e in dieci avremo ripulito lo stivale. Gli esperti in ecomofie, nel frattempo, si saranno dovuti trovare un altro settore nel quale specializzarsi. Ci vuole meno di quel che si crede, ma ci vuole il coraggio di farla finita con le cretinate.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario