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Le manovre annunciata fra Bpi e Bpvn

Lodi ha fretta di fusione

Nubi sull'operazione: l’a.d Divo Gronchi alle prese con Vigilanza e piccoli azionisti

di Alessandro D'Amato - 21 febbraio 2007

Una fusione fin troppo annunciata. Che comincia a trovare sulla sua strada invece ostacoli inaspettati. Sull’aggregazione tra la Popolare Italiana (ex Lodi) e quella di Verona e Novara cominciano ad addensarsi una serie di nubi che continuano a preoccupare il management dell’istituto. Già all’epoca dell’annuncio di Gronchi c’erano state molte turbolenze. Il fronte dei localisti si era già compattato all’epoca della prima assemblea, anche se alla fine era uscito sconfitto. Ora alle accuse di “basso tasso di lodigianità” si aggiungono altri problemi. Le perplessità della politica locale, nonostante i discorsi dell’ad nei consigli comunali e provinciali, non sono svanite. Anzi. Anche perché nel frattempo il comitato Barbarossa ha cominciato a parlare di “progetto alternativo” a quello veronese (l’alleanza con Bpm e Bper, peraltro smentita dagli interessati), mentre la neonata associazione piccoli azionisti, che conta di presentarsi all’appuntamento dell’assemblea con una dote di duemila voti, vuole un ripensamento radicale di quanto “deciso troppo in fretta”. Insieme con le preoccupazioni occupazionali angosciano i sindacati, i quali hanno paura che il baricentro decisionale si sposti a Verona, con tutto quello che ciò significa per promozioni e avanzamenti di carriera. Gli azionisti sono scontenti per il bonus ai dipendenti promesso, definito da più parti “esagerato”, e anche per come Gronchi sta giocando la partita Mittel-Hopa: se finisse davvero come oggi raccontano i giornali, Bpi dovrebbe registrare l’uscita dalla ex finanziaria di Gnutti con una discreta minusvalenza. Ma lo scoglio più difficile da superare rimane la questione dei ratios. Per avere l’ok degli azionisti sulla fusione, il management aveva deciso di distribuire un’extracedola da 1,5 miliardi da subito. Con l’esborso, però, la ex Lodi si sarebbe trovata a sforare i requisiti patrimoniali ritenuti indispensabili da Bankitalia per operare nel mercato bancario (il tier 2). L’escamotage di spostare l’effettiva distribuzione del dividendo al primo luglio ha trovato l’opposizione dei sindaci del collegio, i quali hanno fatto notare che in ogni caso l’esborso si sarebbe dovuto iscrivere a bilancio da subito. In più, i controllori hanno fatto notare che anche se Palazzo Koch aveva dato un’autorizzazione di massima all’esborso, questo non avrebbe comunque messo al riparo Lodi da rischi di sanzione da parte della Vigilanza. E’ vero infatti che lo sforamento dei coefficienti è considerato non negativo dall’epoca della sentenza del Tar su Antonveneta dopo il ricorso di Abn Amro: in quell’occasione è stato certificato che Bankitalia ha una “discrezionalità tecnica” anche rispetto ai ratios, rendendo di fatto inutile la querelle scoppiata nel 2005 sul tema Fiorani. Anche perché la stessa Antonveneta all’epoca dell’opa su Interbanca rimase al di sotto dei ratios per 8-9 mesi. Ma è anche vero che il rischio c’è comunque, visto che la Vigilanza potrebbe applicare in punta di legge un criterio diverso. Ecco quindi che il cda ha scritto di nuovo a via Nazionale per cercare lumi sulla situazione, mentre Gronchi è alla ricerca di soluzioni alternative (come un aiuto sotto forma di garanzia proveniente proprio da Bpvn). Ma la situazione resta comunque difficile, se non altro perché questo è il primo caso nel quale il controllo interno presume di essere più incisivo di quello interno. Questi sono i nodi da sciogliere per arrivare in sicurezza all’assemblea. Ma per Bpi il tempo non è molto. E il dieci marzo si avvicina sempre più

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